Seminario La Potatura - "Il Giardiniere dell'anima"
Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

La dinamica di gruppo

L’espressione è stata introdotta da K.Lewin e utilizzata dalla psicologia sociale per indicare le relazioni dinamiche che si osservano all’interno di un gruppo e che ne determinano il comportamento e l’evoluzione. Lewin, estendendo la concezione gestaltica ( psicologia della forma, che si occupa dello studio della percezione e delle sue leggi) dal settore della percezione alla psicologia sociale, interpretò il comportamento del gruppo come espressione della situazione globale di campo ( lo spazio vitale costituito dalla persona e dall’ambiente psicologico ) determinata dai campi psicologici dei singoli membri, dai canali di comunicazione, dai sottogruppi.

Lo studio della dinamica di gruppo, pur non avendo a tutt’oggi raggiunto una concezione sistematica dei meccanismi di interazione, ha messo in evidenza una serie di caratteri generali comuni a ogni gruppo fra cui i principali sono i seguenti.

  1. APPARTENENZA. E’ la sensazione di partecipare e di essere ben accettato da un gruppo per il raggiungimento di un maggior grado di intimità e di reciprocità. Questa modalità di partecipazione all’interno del gruppo si distingue dalla dipendenza sostanzialmente perché, nel primo caso, ciascun membro mantiene intatta la propria identità, nel secondo caso la compromette fortemente. La dipendenza, infatti, è una modalità relazionale in cui un soggetto si rivolge continuamente agli altri per essere aiutato, guidato, sostenuto. L’individuo dipendente, avendo una scarsa fiducia in se stesso, fonda la propria autostima sull’approvazione e la rassicurazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno. All’appartenenza si perviene attraverso il contatto tra i vari membri del gruppo (quanto più è frequente ed intenso, tanto maggiore è lo scambio relazionale e il sentimento di vicinanza); l’identificazione di ogni componente con le norme, i valori e gli atteggiamenti del gruppo da cui ogni singolo trae un rafforzamento della propria identità e l’omogeneità che attutisce le differenze soggettive degli individui accentuando i caratteri comuni del comportamento, del modo di pensare e dell’immagine esteriore. Per effetto di tale assimilazione, i membri del gruppo si designano generalmente con il pronome “noi”. Quando l’intensità della competizione con altri gruppi aumenta, si sviluppa, in concomitanza, un senso di appartenenza maggiore al proprio gruppo che consiste in una valutazione positiva dello stesso rispetto a tutti gli altri.
  2. INTERDIPENDENZA. Essa rappresenta l’unica modalità attraverso la quale ciascun individuo possa raggiungere la maturità e contemporaneamente partecipare al buon funzionamento del gruppo. L’interdipendenza favorisce la progressiva modificazione di motivazioni, atteggiamenti, vissuti e comportamenti di ciascun membro per cui si constata che la decisione di gruppo, avvenuta attraverso il confronto, modifica il comportamento di ciascun individuo più della modificazione indotta dall’opera di persuasione individuale anche da parte di una persona di particolare prestigio e che il gruppo costituisce un sistema di riferimento normativo per cui ciascun membro è portato a giudicare il comportamento altrui in relazione alle regole, più o meno esplicite, presenti nel gruppo.
  3. COESIONE. Con questo termine non si intende parlare soltanto della dinamica delle interazioni tra membri, ma si intende soprattutto parlare di un fenomeno complesso che interpreta il gruppo come un organismo (una totalità dinamica) che vive della partecipazione attiva dei suoi membri e della loro cooperazione. All’interno del gruppo-famiglia, ad esempio, troviamo da una parte la famiglia “invischiata” (coesione molto alta), nella quale c’è un’eccessiva identificazione tra i membri della famiglia; all’altro estremo (coesione molto bassa) troviamo la famiglia “disimpegnata”, con legami minimi fra i membri. Numerosi sono i fattori che entrano in gioco nel determinare la coesione; tra questi le dimensioni del gruppo, l’ubicazione, l’esistenza di elementi simili nel lavoro svolto, il flusso, la posizione o il prestigio del lavoro. La maggiore o minore coesione del gruppo decide il grado di normatività che il gruppo esercita nei confronti dei singoli membri. Questo è particolarmente evidente nella coesione difensiva tipica dei gruppi in contrasto con l’autorità e nella coesione narcisistica dove si assiste a uno spostamento della propria identità ed autostima dall’Io individuale all’Io di gruppo. Infine, più i gruppi sono minoritari nel contesto sociale in cui si trovano ad operare, maggiore è la coesione interna. La coesione è inversamente proporzionale all’affermazione individualistica per cui ad una diminuzione di coesione corrisponde un aumento di individualismo e dispotismo. Una combinazione tra coesione ed individuazione è nell’accettazione da parte del gruppo del cosiddetto “leader informale” le cui idee vengono fatte proprie dall’intero gruppo. La coesione viene favorita dalle pratiche di isolamento o dalla proiezione dell’aggressività verso l’esterno, come dice S. Freud: “E’ sempre possibile riunire un numero anche rilevante di uomini che si amino l’un l’altro fin tanto che ne restino altri per le manifestazioni di aggressività”.
  4. POLARIZZAZIONE. Si verifica quando le divergenze all’interno del gruppo non possono più venir eliminate, per cui si formano dei sottogruppi la cui riunificazione risulta improbabile poichè i meccanismi di aggressività, un tempo proiettati (con il termine proiezione si intende l’operazione attraverso cui un soggetto localizza fuori di sé, in persone o cose, ciò che rifiuta o non riconosce come proprio)all’esterno , trovano all’interno del gruppo il loro campo di espressione. Tali polarità, dunque, non si declinano come punti isolati a sé stanti, ma come realtà che trovano nella presenza degli altri e nelle relazioni con loro il senso della propria esistenza.
  5. DIFFERENZIAZIONE DEI RUOLI. Si attua in modo spontaneo o prestabilito a seconda del tipo di gruppo: ci sono ruoli conformi ai compiti del gruppo come il coordinatore ed il promotore; ruoli relativi alla coesione sociale del gruppo come il mediatore o il gregario e ruoli finalizzati al mantenimento delle esigenze individuali all’interno del gruppo. Ogni soggetto può assumere differenti ruoli nell’ambito di gruppi diversi o nello stesso gruppo in tempi diversi. La maggiore o minore elasticità nell’interpretare i vari ruoli all’interno di un gruppo, dipende, da un lato, dal tipo di gruppo in questione, che può essere organizzato in maniera più o meno rigida, e, dall’altro, dall’identità della persona che può essere capace di assumere posizioni diverse nell’ambito del gruppo o può riproporre fissamente le stesse modalità di relazionarsi all’altro. Per comprendere meglio è opportuno operare una distinzione tra ruoli formali, la cui precisa connotazione garantisce al sistema-gruppo di non cadere nel caos, e ruoli psicologici, la cui flessibilità denota la “sanità” del singolo e delle relazioni che instaura.
  6. ISTITUZIONE DEL LEADER. All’interno della dinamica dei ruoli emerge una funzione di guida e di orientamento delle risorse e dei contributi di ciascuno, che varierà anche a seconda del tipo di gruppo e quindi delle sue esigenze. Di solito il gruppo riconosce il ruolo di guida in base a due scale indipendenti di valori: quella relativa alle capacità tecniche di coordinazione e quella relativa alla capacità di essere benvoluti. Siccome raramente le due capacità sono impersonate da un unico individuo, spesso viene a costituirsi un tipo di reggenza a due. In base ad uno studio sugli effetti di differenti stili di leadership sui membri del gruppo, K. Lewin rileva che la leadership autoritaria determina una forte dipendenza dal leader, aggressività e competizione tra i membri, insoddisfazione da parte degli individui verso le attività del gruppo, buon rendimento nel lavoro; la leadership democratica determina scarsa dipendenza e scarsa aggressività, notevole quantità di proposte, soddisfazione per le attività del gruppo e rendimento quantitativo modesto, ma superiore qualitativamente; la leadership permissiva genera scarsa dipendenza, aggressività fra i membri, elevato numero di proposte creative, insoddisfazione e modesto rendimento. Un leader accentratore tende a convergere tutto il potere su di sé e a non delegare nessun compito ai suoi collaboratori per cui quest’ultimi si sentiranno meri esecutori senza sentirsi parte di un progetto comune, senza sentirsi motivati a dare il meglio di loro stessi perché resi responsabili e importanti per il buon andamento del gruppo. Per motivare le persone è necessario coinvolgerle e farle sentire importanti dando loro fiducia. Al contrario, un leader delegante favorisce la creatività degli altri componenti del gruppo che sono , pertanto, motivati a proporre nuove idee, non competitivi tra loro e soddisfatti del ruolo che occupano nel gruppo. Un leader permissivo, infine, non dirigendo il gruppo in maniera ordinata, ad esempio attraverso la ripartizione precisa dei ruoli genera l’improvvisazione e la confusione che, a loro volta, determinano l’aggressività tra i membri del gruppo. Un altro aspetto importante consiste nel fatto che il leader ha per il gruppo ed i suoi membri una valenza super-egoica, per cui da lui viene gestita la dinamica dell’obbedienza o meno ai valori e alle norme del gruppo da parte dei singoli membri. Tutto ciò ha a che fare con la dinamica della colpa e dell’innocenza, dell’errore e dell’irreprensibilità, dei premi e delle punizioni.

    L’efficienza di un gruppo di lavoro dipende dalla combinazione dello stile di leadership con la situazione in cui il gruppo si trova. I tre parametri da valutare sono: la posizione di potere del leader, la struttura del compito e i rapporti interpersonali tra il leader ed i componenti del gruppo.
    Il leader può avere una posizione di potere forte o debole; questo può non necessariamente rappresentare una variabile condizionante l’efficienza del gruppo, ma, sicuramente, implica che il leader “debole” debba compiere molto più sforzo nel monitorare il lavoro dei membri e debba essere consapevole della sua precarietà e di quanto il suo ruolo dipenda dagli altri membri del gruppo.
    Per quanto riguarda la struttura del compito possiamo evidenziare che i compiti molto strutturati danno al leader molta possibilità di controllo; quando il lavoro, invece, è vago e poco strutturato, il leader non può controllare il lavoro dei suoi subordinati e deve motivarli e guidarli affidandosi alle loro risorse.
    I rapporti interpersonali tra il leader e i membri del gruppo dipendono molto dalla personalità del leader, per cui il leader che riscuote la piena fiducia di tutti i membri, non ha bisogno del riconoscimento formale del ruolo né dell’appoggio dell’organizzazione per realizzare i suoi obiettivi.
  7. RENDIMENTO. Rispetto alla somma delle prestazioni singole, il gruppo offre un miglior rendimento a patto che vengano rispettate: la comunicazione efficace tra i componenti, l’accettazione da parte di tutti di un’adeguata soluzione, anche se proposta da un unico componente, l’autonomia di ragionamento rispetto ai problemi. Alcune ricerche hanno mostrato che una comunicazione in cui le informazioni confluiscono tutte in un’unica persona risulta più efficace nel caso di compiti semplici, mentre nel caso di problemi più complessi sembra più utile un contatto interindividuale. Per comunicazione efficace si intende, in questo caso, che l’informazione che parte da un’emittente arrivi al ricevente-destinatario senza interferenze; che non si interrompa il processo comunicativo prima che sia arrivato al destinatario e che non arrivino al destinatario informazioni ridondanti o, addirittura, contraddittorie. Molto del rendimento di un gruppo, che si tratti di un’azienda, di un’istituzione o di una famiglia (in quest’ultimo caso il rendimento è rappresentato dal buon andamento e dall’armonia) dipende dall’applicazione delle regole della comunicazione efficace.
  8. SOCIALIZZAZIONE. La dinamica di gruppo, come dice Spaltro, “non è altro che l’analisi del processo di socializzazione esaminato nei suoi dettagli, cioè nel suo interno, nella sua direzionalità e dal punto di vista dei fini cui esso tende”. Tali fini sono: il raggiungimento di un livello di sicurezza garantito dall’appartenenza al gruppo che consente, con la sua protezione, di rischiare senza troppa ansia anche in terreni mai esperiti; il controllo della dinamica della colpa che è più facile da gestire perché diluita tra i membri; l’accelerazione dei processi di apprendimento perché il gruppo serve da feedback continuo mediante il paragone con gli altri, e quindi come mezzo per conoscere continuamente i risultati raggiunti; l’aumento dell’efficienza e della funzionalità delle difese perché, seguendo la legge del successo all’interno del gruppo, verranno ad essere potenziati quei meccanismi che hanno determinato un effetto positivo, e verranno abbandonati quelli che al contrario avevano fallito il loro scopo; l’influenza sul ritmo dello sviluppo intellettivo per il rapporto che esiste tra processi intellettivi e linguaggio, e tra il linguaggio e la comunicazione che nel gruppo è potenziata; la maturazione affettiva facilitata nel gruppo rispetto alla condizione isolata.

Prima di concludere il pensiero di Lewin, è opportuno fare riferimento ai principi fondanti la Gestalt Therapy, che da lui ha preso l’avvio.

Il primo elemento strutturale della Gestalt therapy è la teoria del campo secondo cui tutto dipende dal contesto, ciascun individuo fa parte di un tutto, il che significa che può contribuire a creare la sua realtà, perché anch’essa dipende dal contesto.

Lo psicoterapeuta si pone come un agente di cambiamento, perché aiuta a guardare al tutto e a come esso si organizza. Si guarda ai fenomeni senza giudicarli, dal privato al sociale, dal particolare al globale, secondo la filosofia fenomenologia.

Il secondo pilastro su cui poggia la Gestalt therapy è la fenomenologia che è un movimento filosofico che deriva dal lavoro di Husserl, secondo il quale ognuno conosce veramente solo quello che sperimenta ed ognuno organizza le conoscenze a seconda dei contenuti che già gli appartengono.

Nel contesto terapeutico, il terapeuta si deve aprire al paziente, in modo da creare un canale di comunicazione condiviso, che comporta lo stesso linguaggio e gli stessi significati.

In ultimo, la psicologia della gestalt è stata largamente influenzata dalla psicologia della percezione e dagli studi sui concetti di figura e sfondo.

Gli psicologi si riferivano alle sole percezioni fisiche; gli psicoterapeuti sono andati oltre, applicando questi stessi concetti alle dinamiche familiari, di coppia e ai sistemi molto più allargati, come le organizzazioni e le culture. Ciò che ci circonda, infatti, può essere visto come una figura che si differenzia da uno sfondo, senza confini, senza forma.

Lo sfondo racchiude il nostro passato, la nostra cultura, i desideri e le credenze di ciascuno ; ogni figura che emerge dallo sfondo attira la nostra attenzione per un tempo finito quindi tende a tornare nello sfondo. Quando c’è un blocco in questa alternanza figura-sfondo, si verifica la disfunzione ossia il sintomo.

Sintomi e difese sono visti, in questo contesto, come tentativi di risoluzione di un problema attraverso degli aggiustamenti creativi, che nel tempo possono, però, perdere le caratteristiche iniziali e portare a delle distorsioni.

La terapia non cerca di rimuovere o interpretare le difese o i sintomi, ma si limita a cercare di portarli a coscienza, con l’obiettivo di riorganizzarli in modo da poterli conoscere meglio e quindi gestire.

Il modello concettuale di Lewin, per quanto assolutamente innovativo, non è tale da spiegare in maniera completa ed esaustiva tutti gli aspetti della vita di un gruppo. Altri modelli concettuali si sono preoccupati di cogliere aspetti quali, ad esempio quello della comunicazione, non sufficientemente considerati dal modello “strutturale” di Lewin.

Bales, professore di Relazioni Sociali presso l’Università di Harvard, pone come elemento primario i rapporti tra le persone, poiché essi determinano nel gruppo una coesione più o meno alta, con sottogruppi, individui isolati, la formazione di ruoli, tipo leader e gregario, il procedere più o meno rapidamente verso la soluzione del problema e le mete da raggiungere. Bales considera due aree fondamentali:

  1. Quella delle comunicazioni strettamente attinenti al compito, cioè tali da far procedere il lavoro di gruppo.
  2. Quella delle comunicazioni di tipo socio-emotivo, cioè relative al sistema di tensioni e di legami affettivi presenti nel gruppo.

Nell’ambito dell’area del compito si distinguono:

  1. Un’area che può essere definita della COMUNICAZIONE DIRETTA A CHIEDERE, ad informarsi, cioè in sostanza di tipo dipendente;
  2. Un’area che rappresenta l’insieme delle comunicazioni dirette a rispondere, cioè a dirigere il lavoro.

Nell’ambito dell’area emotiva, è effettuata ancora una distinzione in due grandi categorie:

  1. Un’area negativa, che raccoglie comunicazioni di dissenso, di antagonismo, suscettibili di provocare tensioni ed emarginazioni;
  2. Un’area positiva, che raccoglie comunicazioni dirette a rassicurare, a distendere, a sciogliere tensioni, a dare aiuto.

 

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