Seminario La Potatura - "Il Giardiniere dell'anima"
Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

Identità professionale: dal ruolo che ho al ruolo che sento di avere

Il concetto di identità

Parlare di identità professionale obbliga a parlare, prima, di identità personale.
Il tema è ampio e, per poter fare chiarezza, è necessario definire che cosa vogliamo intendere per identità perché, altrimenti, il rischio che si corre è quello di confondere termini che solo all’apparenza possono sembrare sinonimi quando, in realtà, non lo sono e questo è già fuorviante.
Allora, per identità si intende un modo di essere di un individuo che sia definito rispetto agli altri individui e che sia lineare nell’affrontare le normali o traumatiche modificazioni della vita.
Ciò significa che un individuo sano non si è arrestato nel proprio processo di crescita all’identificazione con il padre o la madre ma, superandola, ha realizzato un modo di essere unico, libero e incline alla flessibilità.

Unico  perché diverso da quello dei genitori, cioè né uguale né opposto (controidentificazione);

libero
perché in grado di esprimere se stesso in accordo o in disaccordo con gli altri, senza rabbia, senza invidia e, tantomeno, senza indifferenza;

flessibile
perché in grado di adattarsi al cambiamento senza irrigidirsi in strutture nevrotiche o perdersi nelle psicosi, impedendosi, così facendo, di procedere in avanti come è naturale che sia.

Chiarito, in sintesi, che cosa significa identità possiamo ora soffermarsi sulla mancanza di identità e su alcune delle conseguenze che questa mancanza determina.

Accennavamo prima al concetto di identificazione come tappa obbligatoria dello sviluppo dell’essere umano che, se però, ne diventa, come spesso accade, la meta, allora determina l’infelicità.

Tale infelicità deriva dall’essere un tutt’uno con il genitore da cui diventa impossibile separarsi, per andare a realizzare, appunto, un modo di essere originale che si esplichi nella realizzazione della propria vita per come vogliamo che sia.
Dunque, fermarsi all’identificazione impedisce questa separazione e la conseguente realizzazione di sé.
Il vissuto “Io sono mio padre/io sono mia madre” blocca il soggetto e ne impedisce la crescita.
Tale dinamica, in parte conscia e in parte inconscia, si manifesta sul piano fenomenologico, nell’incapacità di dire “no” all’altro significativo, incapacità che poi si estende e rende difficile per l’individuo sottrarsi a chiunque.
L’impossibilità al rifiuto, che permette alle persone di prendere le distanze dagli altri e da altro, getta l’individuo nell’impotenza, nella paura, nell’insicurezza, nella disistima e nell’inadeguatezza.

Impotenza perché il soggetto non può opporsi a niente e a nessuno e quindi subisce passivamente ciò che gli accade: “… mi dispongo con il sorriso sulle labbra a farmi uccidere…”. Così, egli si sente vittima di tutto e tutti perché incapace di difendersi e, conseguentemente, diventa carnefice nei confronti di chi ritiene più debole.

Paura perché è in balia della volontà altrui, solo, in un mondo pericoloso che può fargli di tutto.

Insicurezza perché egli sente di non esistere senza l’altro (padre o madre), si sente abbandonato e non sente correttamente per poter  stabilire ciò che va bene o non va bene per lui. Per questo va alla ricerca di parametri esterni oggettivi che lo rassicurino e gli diano fiducia (voti scolastici,modelli esterni da imitare, bilance,occhi rassicuranti e approvanti, ecc.), come un tempo ricercava l’espressione degli occhi della madre per confermare o sconfermare il valore del proprio e dell’altrui comportamento.  Da quest’ultima considerazione si può evincere come sia semplice darsi a bere di essere adulti e non aver più bisogno di una grande madre rassicurante quando poi di queste grandi madri ne abbiamo trovate tantissime e da esse continuiamo a dipendere.

Disistima
perché egli sente di non valere, è arrabbiato perché vive nella dipendenza, perché ha bisogno di conferme continue, peraltro sempre insufficienti, e della presenza fisica dell’altro significativo. Rendersi conto di non “sapersela cavare da soli” produce nell’individuo affetti distruttivi come la rabbia e l’invidia:

rabbia perché non riesce a svincolarsi e a mettere in atto l’obbligatoria separazione da proprie istanze inconsce malate;

invidia di fronte a qualsiasi realizzazione altrui che conferma il proprio senso di inferiorità.

Alla lunga questi due affetti diventano insostenibili per cui il soggetto si rende indifferente, cioè tutto gli scivola addosso e non sente più né il bene né il male. Sopravvive.

Inadeguatezza perché, una volta indifferente, non riuscendo più a distinguere in modo corretto i propri e agli altrui vissuti, è costantemente fuori luogo. Per cui l’inadeguatezza non è più una percezione del soggetto ma, bensì, diventa reale. Non c’è più la capacità di cogliere gli stati d’animo propri e altrui e spesso si fugge nella razionalizzazione.

La dinamica dell’identificazione non è conscia ma, per lo più inconscia, per cui il soggetto ha scarsa consapevolezza del processo che gli rovina la vita. Allora che farne di tutti questi vissuti negativi che vive? Li proietta fuori di sé e li attribuisce agli altri, alle circostanze, alle situazioni che, in questo modo, finiscono per diventare meri contenitori di ciò che di più brutto e inaccettato c’è dentro di lui. Sono sempre gli altri ad essere aggressivi, invidiosi, altezzosi, insicuri e via dicendo e sono sempre le situazioni a “costringerlo in atteggiamenti che, di solito, non ha mai”.

Affermando questo è come se la persona avesse l’illusione di non portarsi ovunque dietro se stessa nella sua totalità, cosa che, invece, non solo non accade ma, se accadesse, saremmo di fronte ad un livello di scissione francamente patologico.

Il mondo esterno, a seguito della proiezione, diventa il bosco pauroso, pieno di lupi famelici che non aspettano altro che mangiarsi la candida e ingenua Cappuccetto Rosso che, incapace di seguire la sua strada e di distinguere la vitalità dalla distruttività, cieca e sorda, finisce per essere divorata.

Sulla scia di questo mortale presupposto ci saranno medici che mettono soggezione e distanza, colleghi prepotenti e arrivisti, amici invidiosi, pazienti rabbiosi, altezzosi o ansiosi e quant’altro.

Tutto per non mettersi mai in discussione, se non razionalmente; sono tante, infatti, le volte in cui le persone affermano di mettersi nei panni degli altri e se ne escono con espressioni che assomigliano molto di più a un modo di dire che non a una reale capacità di mettersi in discussione: “Mi sbaglierò ma …,mi metto nei tuoi panni …, magari sono io che …, bla, bla, bla”.

Nella controidentificazione, tipica del periodo adolescenziale, il soggetto cerca di prendere le distanze dai modelli di riferimento – i genitori – opponendovisi a priori: il no per partito preso, che non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia dell’identificazione. Ciò che toglie efficacia al no è l’a priori.

Il soggetto si illude di essere libero, sentendo che l’unico modo per non farsi fagocitare è quello di far polemica, irrigidendosi in modi di pensare che non prevedono confronto perché non lo sostengono e ponendosi in scontro come unica strategia per affermare la propria identità e annientare temporaneamente l’allarmante sensazione di sparire di fronte all’altro. Ma l’identità,  quando c’è, non c’è bisogno di affermarla; l’identità è.

Così il “non sono d’accordo” finisce per essere la resistenza che il soggetto fa al senso di inconsistenza che ha dentro, laddove l’identità è dire si quando voglio dire si e dire no quando voglio dire no, nel rispetto del proprio e dell’altrui sentire.

L’IDENTITA’ PROFESSIONALE

Dopo aver brevemente delineato i concetti di identità, identificazione e controidentificazione, così da non correre il rischio di cadere in facili e frequenti equivoci, possiamo affrontare la questione centrale, almeno in questa sede, dell’identità professionale.

Immediatamente ci nasce una domanda: come è possibile avere un’identità professionale senza averne una personale? In altre parole, è possibile scindere quello che un individuo è dal mestiere che fa e quindi prescinderne?

Noi crediamo che non sia possibile. O meglio: se per identità professionale intendiamo una serie di provvedimenti, sacrosanti peraltro, a livello politico, allora il discorso, per quanto importante ed interessante anch’esso, in parte prescinde dal singolo individuo e comunque è un tema da affrontarsi in altra sede; ma se per identità professionale intendiamo un senso profondo di adeguatezza rispetto al ruolo che svolgo e che quindi sento appartenermi, non scalfibile da un commento sprezzante del medico, dalle lamentele del paziente o dall’occhiataccia del parente, allora è ben evidente che l’identità professionale coincide con l’identità dell’individuo nella sua complessità, cioè con un modo adeguato di essere che prevede anche riconoscersi autonomamente, cioè senza bisogno di conferme, specifiche competenze.

In altre parole, è molto doloroso e pericoloso dipendere totalmente dal giudizio altrui tarando il senso del proprio valore in base all’approvazione o alla disapprovazione degli altri ed è per questo che diventa necessario dirsi da soli se va bene o male ciò che abbiamo detto o fatto, sulla base del principio di realtà.

 E’ altresì importante, infatti, che questo senso di validità personale vada confrontato con la realtà e sia comunque, come ogni cosa nella vita, messo in discussione consentendone, così, la crescita. Altrimenti si potrebbe rischiare il delirio, cioè la perdita del rapporto con la realtà; delirio, che per sua natura è inattaccabile e non gode di capacità critica.

Muniti di questo senso di capacità personale è possibile sentirsi parte di un gruppo, che può essere il gruppo di lavoro, come luogo di sinergia e di confronto di specificità diverse che si adoperino per offrire qualità.

Nel gruppo di lavoro l’identità professionale si mette in gioco, in primo luogo, perché si espone e, in secondo luogo,  perché si inserisce in dinamiche complesse e, purtroppo, quasi mai sane quando si parla di gruppi istituzionalizzati.

Non ci soffermeremo in questa sede a parlare delle dinamiche dei gruppi – si rimanda chi fosse interessato alla consultazione degli atti del corso con l’omonimo titolo- ci basta dedicare uno spazio di riflessione sul senso di appartenenza al gruppo e sulla condivisione di un progetto comune, come fondamenti basilari per stare bene nel proprio ambiente di lavoro.

SUL SENSO DI APPARTENENZA

Al di là del desiderio cosciente di far parte dei gruppi che frequentano, le persone mettono in atto massicce resistenze a passare dall’Io-Tu al Noi.

Ciò, con grande probabilità, accade perché il soggetto sperimenta la paura di mettersi in gioco di fronte agli altri, per cui il gruppo, più che il luogo della condivisione e della ricchezza, diventa il luogo dove si gioca una amara, sterile e solitaria “partita a scacchi”.

Con mettersi in gioco intendiamo il rischio che le persone si assumono ogni qual volta si espongono agli altri e diventano visibili. Tale rischio andrebbe corso non alla cieca, cioè sempre e comunque, ma sicuramente in modo disarmato, con la sensazione di fondo che l’intensione non è ricevere consensi, bensì trovare una continuità tra ciò che sono, ciò che dico e ciò che faccio, anche fosse solo per se stessi.

Questo assetto affettivo di base rende le persone serene nell’aprirsi agli altri, fiduciose e aperte ad accoglierli nella propria memoria.

Attraverso questo processo di costruzione di rapporti, il singolo soggetto entra, attivamente a far parte del gruppo.

In sintesi, se vi penso e vi ricordo, mi sento con voi.

Talvolta, invece, il senso di appartenenza viene vissuto nella passività, come se ce lo dovessimo solo aspettare e fosse solo compito degli altri farci sentire accolti e voluti.

A nostro avviso, questo ragionamento è parziale e, per completarlo, c’è da riflettere su chi appartiene a chi.

Potrebbe essere, infatti, che fondamentale sia sentire il gruppo come parte di noi stessi, che lo pensiamo e lo sentiamo come significativo nella nostra esistenza e, come tale, ne condividiamo i progetti, gli intenti, i cambiamenti, le crisi, i successi e via dicendo.

In quest’ottica, non è il singolo che viene escluso- cosa peraltro possibile- ma è il singolo a non amare abbastanza il gruppo di cui formalmente fa parte.

Questa insufficiente partecipazione determina un senso di estraneità rispetto a ciò che si fa, a come lo si fa e all’ambiente in cui si vive, che diventa tante volte insostenibile. Si cade, così, lentamente, nella demotivazione, nella routine, nella scontatezza e nella banalità, si perde la vitalità che è desiderio, entusiasmo, movimento, partecipazione, interesse … ,e si muore.

"Lentamente muore"

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Pablo Neruda

Sulla condivisione del progetto comune

Con la vitalità derivante dal sentirsi dentro un intero gruppo, è possibile mantenere viva una prospettiva di realizzazione di possibilità che, nell’isolamento, non è facile mantenere.

In questo senso, assumono grande importanza le riunioni di reparto, giusta occasione per fare proposte, domande, esprimere esigenze, confrontare opinioni, incontrarsi.

Altrimenti, quelle stesse riunioni diventano rituali privi di senso cui pochi partecipano e chi vi partecipa lo fa proponendo il peggio di sé.

Il risultato è l’insoddisfazione generale.

 SINTESI:

La costruzione dell’ identità 

Il processo di costruzione dell’identità inizia nell’infanzia, si consolida nell’adolescenza e prosegue lungo tutto l’arco della vita

  1. Infanzia: la costruzione dell’identità avviene cercando di comprendere ciò che gli altri significativi (genitori) si aspettano che siamo e diventiamo
  2. Adolescenza: processo di individuazione/separazione. Duplice compito, rielaborazione del passato e proiezione nel futuro

Identità personale e sociale

L’identità personale: risultato di diversi processi psicologici, intrapersonali ed interpersonali, che si fondono e strutturano nella conoscenza individuale relativa a se stessi.

Strutturazione dell’identità:

 “gioco” tra la struttura psicologica interna dell’individuo e il contesto socioculturale.

Dimensioni implicate nell’identità personale

  1. concetto di sé: rappresentazione mentale che una persona possiede di sé stessa
  2. rappresentazioni di sé: possono essere considerati come sottoinsiemi del concetto di sé. Influenzano i giudizi, l’interpretazione degli eventi e del proprio ruolo, agendo sulla motivazione, sul comportamento, sulla disponibilità o meno al cambiamento.Svolgono un ruolo determinante in relazione alle scelte dei percorsi futuri, sia formativi che professionali
  3. identità tipizzata: convinzioni che un soggetto ha circa la propria identità, costituite da un insieme di tratti attribuiti a se stessi, relativi ad aspetti disposizionali, comportamentali, espressivi e di ruolo

Fasi evolutive della costruzione dell’identità:

  1. Idea di sé solo “VISSUTA”  e ancora frammentaria - infanzia e fanciullezza- La consapevolezza di sé viene acquisita nel corso di attività o esperienze che gli vengono proposte dagli altri, inoltre queste qualità vengono vissute in modo “sparso”, senza continuità: identità eterodiretta
  2. Idea di sé “CERCATA” – preadolescenza- esperienza gruppo, ricerca di occasioni per mettersi alla prova, per confrontarsi con gli altri: identità collettiva
  3. Idea di sé “RIFLESSA”- adolescenza- riflessione sulla propria persona, obiettivo è di arrivare a elaborare un’immagine di sé unitaria: identità individuale.

Il processo di costruzione dell’identità personale e professionale può seguire percorsi ed avere esiti diversi a seconda di:

  1. Contesti
  2. Opportunità
  3. Caratteristiche personali

L’identità professionale è data da tre elementi legati al contesto economico:

  1. Il tipo di lavoro svolto (mansione)
  2. Organizzazione (luogo di lavoro)
  3. Mercato (tipo di contratto)

Modelli di costruzione dell’identità professionale:

  1. Esperienza passata del soggetto: l’identità professionale è la risultante delle esperienze maturate dall’individuo
  2. Tappe di sviluppo: l’identità professionale si struttura attraverso step all’interno del ciclo di vita

Interazione di contesti: l’identità professionale deriva dalla specifica relazionalità contestualizzata dell’individuo

L’identità Professionale dell’Infermiere e il Mobbing

INTRODUZIONE

Il fenomeno lavorativo sociale descritto oggi dall’infermiere rientra nel quadro diagnostico di stress lavorativo, di burnout o addirittura di Mobbing.

Ciascun infermiere si trova ad affrontare realtà con problematiche diverse: “infermieri a cui viene assegnato un carico di lavoro tale da non poter essere svolto in tempi previsti o da un solo operatore (sovraccarico di lavoro); infermieri privati dalla progressione di carriera; infermieri sottoposti a frequenti critiche o richiami verbali senza motivazione giustificata; infermieri sottoposti ad attribuzioni di compiti assurdi o umilianti …”.

L’infermiere si rappresenta insoddisfatto, demotivato, scoppiato, spesso costretto a sospendere la sua attività lavorativa per recuperare le energie e l’equilibrio psico - fisico.

Lo scenario presente in alcune realtà lavorative infermieristiche, secondo le linee guida, potrebbero rientrare nella definizione di Stress lavorativo “…insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifestano quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alla capacità, risorse o esigenze lavorative..” ; di Mobbing “(…) atti o comportamenti discriminatori o vessatori protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di lavoratori da parte del datore di lavoro o colleghi che si caratterizzano come una vera e propria forma di persecuzione psicologica o di violenza morale(…) danno da demansionamento, biologico, morale, esistenziale.”, infine di Burnout “ soggetto scoppiato, esaurito, demotivato, privo di forze(…)”.

Questi fattori scatenanti possono compromettere l’integrità fisica e psicologica del lavoratore, causando l’insorgenza primaria di alcuni disturbi, come:

1-Episodi di Alterazione dell’Umore:depressione, senso di disperazione, impotenza, colpevolizzazione, mancanza di interessi, svalutazione, bassa stima di sé, alterazioni del sonno, alterazione dell’ appetito, della libido e alterazione psicomotoria

2- Disturbi Bipolari (che si distinguono dai disturbi Depressivi per la presenza
di Episodi Maniacali o Misti)

3- Disturbi Ansia Generalizzata: caratterizzato da preoccupazioni accompagnate da irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare e sonno disturbato.

4- DAP Disturbo Attacchi di Panico: caratterizzato da una crisi d’ansia acuta spontanea ed inaspettata dalla durata molto breve. Durante questo lasso di tempo il soggetto vive un’esperienza intensa e traumatica di paura o disagio accompagnata da un senso di pericolo con conseguenti comportamenti di evitamento. Questo disturbo si presenta con alcuni sintomi quali: dispnea,
palpitazioni, nausea, dolore al torace, sudorazioni, tremori, intensa apprensione, terrore.

5- Disturbo post traumatico da stress (PTSD): è un altro disturbo d’ansia che può essere caratterizzato in risposta a una minaccia reale di ricordi, pensieri, flashback del trauma originale. PTSD è caratterizzato da intensa paura, sentimenti di impotenza o di orrore legato a vissuti o eventi considerati minacciosi e che inducono nel soggetto l’ evitamento persistente degli stimoli o luoghi legati al trauma stesso.

6- Disturbi di Somatizzazione: caratterizzato principalmente da: cefalee, disturbi gastrointestinali, manifestazioni dermatologiche Siamo di fronte a disturbi scatenati da Reazioni Acute a situazioni Stressanti o da situazioni di Mobbing in cui viene a configurarsi un danno alla salute e nello specifico un danno psichico (Malattie professionali non tabellate) dove il lavoratore che delinea l’eziologia professionale della malattia, le caratteristiche morbigene dell’attività svolta e il nesso eziologico (D.Lgs. n. 38/2000) può richiedere il risarcimento del danno subito. La sentenza della Corte Costituzionale 179/88 infatti, ha introdotto la possibilità che “esistano” malattie professionali al di fuori di quelle espressamente previste dalla legge (e che, quindi, vengano eventualmente indennizzate).

1.  Il Mobbing e l’Infermiere: radici storiche

Il termine Mobbing ha radici storiche, ma solo oggi, forse, l’Infermiere subisce i suoi effetti, attraverso la consapevolezza della sua autonomia e responsabilità.

La figura infermieristica nasce come arte sanitaria ausiliaria cioè come soggetto che compie mansioni esecutive decise, pianificate, organizzate e soprattutto valutate dal medico, figura esterna dall’Infermiere esecutore.

Nel corso degli anni, il sapere scientifico e tecnico era limitato ai medici etichettando l’infermiere come figura inferiore della conoscenza e cultura sanitaria L’infermiere si costruisce “un’identità professionale” caratterizzata dal comando medico, inducendolo a giocare un ruolo negativo determinante nel Mobbing:

la condizione ambientale e lavorativa permetteva al medico di non trovare limiti nel rapporto professionale, e pertanto la vessazione( urla, non rispetto, insulti…) la persecuzione psicologica e il maltrattamento lavorativo,erano all’ordine del giorno”.

Con la crescita professionale, il ruolo medico/infermiere cambia, evolve; l’infermiere acquisisce una preparazione e conoscenza professionale/accademica, portando l’infermiere alla conquista di una posizione indispensabile di autonomia, responsabilità e di rispetto nella cura del malato.
Oggi l’infermiere si trova ancora a lottare contro retaggi che favoriscono il mobbing sul posto di lavoro. Mansioni espletate dall’infermiere generico (figura scomparsa) si sono riversate sull’ Infermiere.

Con l’introduzione di nuove qualifiche quali l’OTA, l’OSS, per lo svolgimento di mansioni di tipo assistenziale igienico -domestico- alberghiero, l’infermiere per diverse problematiche, si ritrova ancora ad eseguire mansioni ausiliarie quali: il riassetto letto, preparazione e distribuzione colazione, cambio biancheria, pulizia dei presidi usati, igiene padelle e pappagalli, rispondere il
campanello.

Si parla di Mobbing istituzionalizzato, ormai strutturato nell’attività dell’infermiere, e qualsiasi comportamento oppositivo dello stesso, viene interpretato in una contestazione disciplinare, dalla struttura o dal superiore.

Il professionista, si trova ogni giorno ad affrontare un Mobbing dal basso(orizzontale) che trova la propria genesi nell’ignoranza, (es:colleghi di un certo reparto che attuano una vera e propria ribellione contro il capo che non accettano oppure comportamenti violenti o aggressivi tra colleghi stessi); insieme al Mobbing dall’alto (o verticale), operata principalmente dal medico che insiste sulla propria superiorità gerarchica e professionale, o dall’abuso di potere di un superiore.

L’infermiere subisce una grave pressione psicologica che determina malessere e sofferenza lavorativa che si ripercuotono negativamente sulla categoria infermieristica determinando i mali sociali e sanitari.

2. L’importanza della diagnosi differenziale

Diventa importante una diagnosi differenziale tra una condizione patologica provocata da mobbing e atre patologie ad esso non correlate. Non è sinonimo di depressione, di molestie sessuali, di demansionamento, stress occupazionale o stanchezza fisica.

Il Mobbing è una situazione conflittuale prolungata che come tale può dare origine nella vittima alterazioni psichiche o patologiche, di solito psicosomatiche correlate da aggravamento di disturbi fisici preesistenti, e questo allo stesso modo dello stress, del burnout o di altre situazioni di tensione e pressione psicologica3E’ un fenomeno tipico ed esclusivo dell’ambiente di lavoro, in quanto è legato a particolari equilibri e valori del mondo del lavoro.

H. Ege individua sette parametri tassativi la cui presenza contestuale permette di riconoscere il Mobbing in una vicenda lavorativa conflittuale. Si tratta di criteri oggettivi e scienficamente accettabili che permettano attraverso una valutazione rigorosa e sicura la quantificazione del danno della vittima ai fini giuridici risarcitori.

 I parametri descrivono l’importanza dell’ambiente lavorativo, la frequenza delle azioni ostili, la durata, il tipo di azione/i subite, il dislivello tra gli antagonisti, l’andamento secondo le fasi successive ed infine l’intento persecutorio Il Centro del Disadattamento Lavorativo Clinica del Lavoro di Milano ha proposto un protocollo diagnostico che prevede:

  1. colloquio clinico eseguito da una psicologa al fine di inquadrare la personalità e i disturbi riferiti dal paziente.
  2. Somministrazione di test psicologici mirati ai disturbi lamentati e per distinguere i fattori scatenanti: stress, burnout o mobbing…
  3. visita neurologica per escludere patologie organiche
  4. Specifici questionari per valutare in modo preciso i fattori lavorativi pericolosi per l’insorgenza di stress, problematiche lavorative sia personali che correlate al mondo del lavoro.

3. Lo specialista atto ad accertare la sussistenza di una
condizione di mobbing.

Risulta evidente la competenza esclusiva dello psicologo, nella valutazione della sussistenza della condizione di mobbing, successivamente vengono coinvolte altre figure quali l’avvocato e il medico. Non essendo una malattia, ciò che lo psicologo è chiamato ad accertare è la sussistenza di una specifica situazione relazionale, interumana, conflittuale, persecutoria che può generare condizioni patologiche e rappresentare violazione delle norme relative alla tutela giuridica del lavoratore.

DISCUSSIONE
Il Mobbing può essere affrontato attraverso tre direzioni:

ASPETTI PREVENTIVI: è importante sensibilizzare la professione attraverso incontri, convegni, corsi. La consapevolezza della propria professione, dei propri comportamenti, la presa di coscienza deve diventare preventiva del fenomeno stesso.

ASPETTI PSICOLOGICI: il supporto psicologico alle vittime di mobbing è basilare; il Mobbing nasce come politica di organizzazione del lavoro e pertanto si struttura nella prassi amministrativa, organizzativa e funzionale di un sistema ospedaliero.

Tale fenomeno si ripercuote sulla qualità assistenziale erogata al paziente. È importante per il professionista essere ascoltato, compreso al fine di risolvere la problematica esistente.

Insegnare tecniche di rilassamento, tecniche di potenziamento dell’assertività, informazioni sugli aspetti legislativi tutelativi del lavoratore. Sensibilizzare la struttura ospedaliera.

ASPETTI LEGISLATIVI: la legge deve tutelare i diritti dei lavoratori tra i quali la possibilità di ricorrere in sede penale per risarcimenti a danni biologici e/o lesivi della propria persona. I rappresentati sindacali, attivando lo sportello Anti-Mobbing gestito da un consulente esperto in materia (Psicologo, Avvocato) devono monitorare le situazioni a rischio, prevenirne l’insorgenza e
attuare la tutela.

 

BIBLIOGRAFIA:

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Zapf D. Gross C. (2001) Conflict Escalation and Coping with Workplace
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De Luise E. (2003) Il Mobbing, la tutela esistente, le prospettive legislative e il
ruolo degli organi. Finanze e lavoro, Esselibri, Napoli.
M.Consoli, f. D’angelo e c (2005). “Le linee guida sul Mobbing” Rivista
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Gilioli R,Campanini P,Fichera GPPunzi SCassitto MG (2006) “Emeging
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Stephen M.S. (2003) “ Basi neuroscientifiche e applicazioni pratiche” Centro
scientifico editore, Torino
Visione Codice Civile, Statuto dei Lavoratori

LETTURE CONSIGLIATE

per riflettere insieme …

La ragione appassionata Fernando Savater dialoga con Juan Arias.

Arias. A proposito di sentimenti, come ti spieghi che sia esistito un mondo della razionalità che ha considerato di second’ordine il mondo dei sentimenti, abbinandoli alla sfera dello spirituale e del religioso, e pertanto poco scientifico e consistente, mentre il sentimento fa parte della chimica almeno quanto la razionalità?

Savater. Perché la razionalità è stata tendenzialmente ritenuta, per certi aspetti, come il calcolabile. Il sentimento, invece, appartiene al mondo dell’incalcolabile. La reazione sentimentale non è misurabile, mentre l’intelligenza agisce sempre con parametri fissi che si possono calcolare.

In matematica, due più due fanno quattro, ma due dispiaceri più due dispiaceri non fanno solo quattro dispiaceri, ma anche una buona ragione per buttarti giù dalla finestra. Nel mondo dei sentimenti le cose non funzionano sempre con chiarezza.

L’epoca delle passioni tristi  di Miguel Benasayag e Gerald Schmit.
… un viaggio che [ha condotto gli autori del libro] alla scoperta di un malessere diffuso, di una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali … un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia …
Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon) è un libro di ricordi, del giornalista francese Jean-Dominique Bauby.

Trama

Bauby descrive come sia cambiata la sua vita, dopo essersi risvegliato da un coma profondo, causatogli da un ictus, che ne ha deteriorato tutte le funzioni motorie, lasciandolo in una condizione che la medicina chiama Locked-In syndrome.

Il libro è stato interamente scritto da Bauby tramite il battito delle palpebre del suo occhio sinistro, unico contatto con il mondo esterno. In questo modo, con un battito di ciglio, Bauby fermava un amanuense su una lettera dell'alfabeto che gli veniva recitato secondo l'ordine di frequenza della lingua francese (E,S,A,R,I,N,T,U,L,O,M,P,D,C,F,B,V,H,G,J,Q,Z,Y,K,X,W).

Così, lettera dopo lettera, Bauby dettò parole, frasi e intere pagine. Per scrivere l'intero libro ci sono voluti circa 200.000 battiti di ciglio, e per comporre ogni parola occorrevano due minuti. Il libro fa una cronaca degli eventi giornalieri, e come viva una persona in uno stato di Locked-In syndrome.

 

Pubblicazione

Il libro venne pubblicato il 7 marzo del 1997. Ebbe eccellenti critiche e nella prima settimana vendette 200.000 copie. Due giorni dopo l'uscita del libro in Francia, Bauby morì per arresto cardiaco all'età di 43 anni.

Adattamento cinematografico

Nel 2007 il regista americano Julian Schnabel ha realizzato l'omonimo film, con l'attore francese Mathieu Amalric nella parte di Bauby. Con questo film Schnabel si è guadagnato il premio per il miglior regista al festival del cinema di Cannes.

 

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