Seminario La Potatura - "Il Giardiniere dell'anima"
Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

L'assertività

L’Analisi Transazionale trattata nella lezione del 13 luglio scorso è l’estrema sintesi di studi più complessi e dettagliati, affrontati da diversi autori nel corso degli anni.
A questo proposito ho pensato di citare , come approfondimento, un intero capitolo, tratto dal libro di Roberto Anchisi e Mia Gambetto Dessy, Non solo comunicare. Teoria e pratica del comportamento assertivo,Cortina, di cui consiglio la lettura per esteso a tutti quelli che fossero interessati .

L’assertività è la caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale.

“Assertività” deriva dal latino “asserire” e dall’italiano “asserire”. Il verbo fu già utilizzato dal Guicciardini (1540) con il significato di affermare, sostenere con vigore.
L’aggettivo compare per la prima volta nell’Instrumento della Filosofia Naturale del Piccolomini (1576); si trova anche in Giordano Bruno (1584-85) e in Galilei (1962).

In psicologia il termine viene ripreso dall’inglese “assertiveness” e tradotto con varie espressioni come “efficacia personale”, “efficienza”, “affermatività”.

Noi abbiamo preferito il termine “assertività”, che lo Zingarelli (1986) definisce come la qualità di chi è in grado di far valere le proprie opinioni e i propri diritti pur rispettando quelli degli altri.

Altre espressioni che si riferiscono all’assertività sono “abilità sociale” e “competenza sociale”.

Visivamente, l’assertività corrisponde al punto di mezzo di un segmento ideale ai cui estremi si pongono la passività e l’aggressività.

Il massimo: non raggiungere la coscienza di se stessi attraverso la collera e l’aggressività, e nemmeno umiliandosi ecc., ma con calma; lo scopo: coscienza di se stesso nella calma.

Il concetto di assertività

L’assertività è una struttura concettuale di natura funzionalistica, finalizzata alla razionalizzazione della condotta con se stessi e verso gli altri. Ricerca le norme più semplici e più efficaci in vista di obiettivi caratterizzati dalla massima con divisibilità e accettabilità, come se fossero il massimo comune denominatore di tutte le persone.
E’ una forma etica, il cui dominio dei valori è rappresentato dall’interpersonalità e non dal trascendente o dall’ideale: l’essenza dell’assertività ricorda piuttosto la trascendentalità kantiana.

L’amore di sé

L’assertività implica il riconoscimento di una forma superiore di amor proprio, che è amore dei valori della persona umana. Ciò si traduce nell’esercizio del giusto mezzo tra l’amore di sé e il rispetto degli altri, tra l’amor proprio e l’umiltà.
Nell’assertività, come nella morale classica, una condotta “virtuosa” richiede accortezza e prudenza nei riguardi dei “vizi”, che fanno dimenticare all’individuo di considerare se stesso come l’agente e il fine delle proprie azioni e lo alienano per impulso di suggestioni a lui estrinseche.
L’amor proprio è il punto di partenza dell’amore degli altri quando non è viziato dalla suscettibilità e i due tipi di amore, di sé e degli altri, sono compresenti e si risolvono nell’attenzione e nell’interesse per l’umanità di entrambi.

 

 

Vita nell’ordine

La struttura concettuale dell’assertività è l’ordine che ciascuno pone nella propria vita, quando con maggiore consapevolezza pensa a se stesso e interagisce con le altre persone.
Il termine concettuale  ha un significato pregnante, perché indica la presenza dell’intelligenza nell’operare assertivo, con la medesima importanza che essa ha nell’operare secondo criteri di ordine:
L’ordine è una qualità che l’intelligenza vede nelle cose e che essa sola vi mette.

Per questo, divenire assertivi è porre ordine, con intelligenza, nella propria vita:

Il problema dell’ordine è il problema fondamentale della vita. O, come dicevo da principio, è uno dei modi di porre questo problema fondamentale dai molteplici aspetti.
Nell’uomo tutto è sottoposto alle esigenze dell’ordine perché tutto in lui è molteplicità.
Duplice problema speculativo e pratico. Conoscere l’ordine e realizzarlo.
Conoscere l’uomo, rendersi conto della sua natura, del suo fine, e dei mezzi da usare per raggiungere questo fine.
A ciascuno di noi è affidata l’opera della propria vita. L’ordine in casa nostra dipende da noi.
Mettere l’ordine nella nostra vita, è renderla opera perfetta e opera di bellezza. Le nozioni di ordine, di bene e di bellezza sono connesse, poiché il bene non è che la perfezione dell’essere, la sua piena attuazione. Il mio bene consiste nell’essere interamente me stesso, nell’educare in me quanto permette il pieno sviluppo della personalità.
L’ordine da cui dipende la nostra felicità  è quella parte dell’ordine che è sottomessa alla nostra libertà. Esso comprende due aspetti: mettere ordine in noi stessi è la morale individuale; prendere il proprio posto nell’ordine universale è la morale che ha di mira le nostre relazioni con gli altri.

Concetto di libertà

Nel costrutto dell’assertività il nucleo centrale è costituito dall’idea di libertà, intesa per un verso come capacità di affrancarsi dai condizionamenti ambientali negativi e per l’altro come capacità di esprimersi in forme più evolute e più efficaci.
Il primo aspetto riguarda il contenuto dell’assertività, risponde alla domanda “che cos’è l’assertività?” e comprende la conoscenza di sé e della propria personalità, la teoria dei diritti e delle idee irrazionali.
Il secondo aspetto riguarda la forma dell’assertività, risponde alla domanda “come si esplica l’assertività?” e si traduce in abilità non verbali e verbali e, più in generale, in competenza sociale.
Grazie a questi due aspetti, contenutistico e formale, la persona assertiva sa esprimere, in modo chiaro e tecnicamente efficace, emozioni, sentimenti, esigenze e convinzioni personali, senza provare ansia, disagio o aggressività e realizzando così quello che Lavelle definisce “l’ideale della libertà”:
Far sì che i movimenti dello spirito somiglino a quelli della natura, che si prolunghino invece che elidersi e che ne siano come il fiore.

Contenuto dell’assertività

Il contenuto dell’assertività è costituito, sostanzialmente, dalla teoria dei diritti della persona, che comprende:

  1. L’insieme dei valori, delle opinioni e delle convinzioni di origine sociale, che costituiscono i punti di riferimento per valutare la realtà esterna e per individuare le mete da raggiungere nel contesto sociale.
  2. Le esigenze, i bisogni, i diritti personali che, inclusi nel sistema dei valori, si traducono operativamente in un insieme di traguardi e di obiettivi da mediare tra esigenze personali e richieste sociali.
  3. Questi aspetti dei rapporti interpersonali che ne rendono gratificanti e costruttivi alcuni e frustranti e conflittuali altri.
  4. i limiti entro cui è possibile sviluppare una politica di espansione personale nel contesto sociale, senza ledere l’uguale diritto degli altri (Campanelli, 1985).

Reciprocità

Nella teoria dei diritti è intrinseca l’idea della reciprocità: va riconosciuto anche agli altri il medesimo diritto di comunicare desideri e convinzioni e di perseguire obiettivi individuali:

Tutto quel che è vale si sente, si discerne, s’indovina reciprocamente.

Idea ricondotta da Lavelle a quella di comune appartenenza al genere umano:

Non v’è che una sola coscienza di cui siamo le ombre disperse; ciascuna ha bisogno di tutte le altre per sostenersi e quello che essa incontra presso le altre esiste anche in lei medesima ed essa lo scopre grazie alla loro mediazione.

Concetto non nuovo, che già Sofocle esprimeva con particolare durezza:

Colui che crede avere
Senno lui solo e solo lui parole
E sentimenti che non ha nessuno,
a ben scrutarlo, si rivela vuoto
e degno del disprezzo più profondo.

Forma dell’assertività

L’aspetto formale dell’assertività è dato dalla competenza sociale, così definita da Lakin Phillips:

Ampiezza con cui l’individuo riesce a comunicare con gli altri, in modo da soddisfare diritti, esigenze, motivazioni e obblighi, in misura ragionevole e senza pregiudicare gli analoghi diritti delle altre persone, in forma di libero e aperto dialogo.

Secondo Van Hasselt et coll. (1979), la competenza sociale si compone di abilità sociali specifiche e situazionali. Comprende quelle doti di sensibilità che consentono di realizzarsi nei rapporti sociali senza causare danno, morale o fisico, agli altri. E’ determinata dall’apprendimento di componenti di risposta verbali e non verbali, che costituiscono il repertorio sociale dell’individuo; l’inadeguatezza sociale è da attribuirsi al fallimento di tale apprendimento.
Chi soffre di solitudine sente più degli altri la difficoltà di possedere un’adeguata competenza sociale o difetta del senso di essa:

Partendo dalla sua remota solitudine prese una lunga rincorsa, per essere capace di inserirsi nella società.

Sono elementi caratteristici delle abilità sociali:

  1. I segnali della comunicazione non verbale, adeguati al contenuto da esprimere.
  2. I segnali della comunicazione verbale, coerenti con ciò che il soggetto vuole manifestare.
  3. Le combinazioni integrate dei due gruppi di segnali.
  4. La percezione delle caratteristiche dell’ambiente e dei segnali di ritorno che il contesto sociale invia in risposta a ogni comunicazione e a ogni forma di espressione personale.
  5. La scelta della forma di comunicazione più adatta a realizzare obiettivi individuali senza conflittualità sociale (Campanelli,1985).

 

Dalla percezione del proprio livello di competenza relazionale deriva un concetto più o meno positivo di sé, come sottolinea Goldstein:

Quanto più posso osservare me stesso agire efficacemente nel mio mondo, tanto più mi sentirò meglio con me stesso.

Ansia sociale

Esiste una forma di ansia indotta dalla presenza di altre persone e perciò definita “ansia sociale”. Tra essa e la competenza sociale vi è un rapporto di influenza reciproca: è facile sentirsi a disagio in certe situazioni, se non si posseggono le abilità richieste dai rapporti interpersonali; d’altro canto, un’ansia ingiustificata può inibire una competenza sociale anche elevata.
Alcune persone si trovano a disagio in determinate situazioni perché non sanno come fare; non conoscono le regole del gioco, e la consapevolezza di ciò le porta a ridurre le loro iniziative nei confronti degli altri.
Oppure, l’assenza di consapevolezza le espone a situazioni imbarazzanti, e il generico senso di impotenza che ne deriva non consente di identificare le disabilità di base, che rimangono perciò immodificate.
 Il disagio provato non aiuta a capire la natura dei problemi, anzi spinge sovente ad attribuirli a entità astratte, indefinite e totalizzanti. Nella forma più semplice, l’incomprensione dei meccanismi del disagio si esprime con espressioni del tipo: “Capitano tutte a me”, “ questo non ci voleva”, ecc. Si tratta di pregiudizi o “miti” sociali, forme di pensiero con cui l’individuo considera se stesso e gli altri in modo irrealistico e negativo, ritenendosi vittima della sfortuna, oppure della troppa indulgenza e bontà proprie, di contro all’incomprensione, alla furbizia e all’aggressività altrui.
Altre persone, invece,possiedono abilità sociali generalmente adeguate alle convenzioni e alle richieste ambientali, ma di fronte a particolari situazioni provano ugualmente un acuto disagio. E’ il caso di chi, in un colloquio privato, sa sempre che cosa dire, ma di fronte a un pubblico si trova senza idee e senza parole.
Situazioni che per alcuni sono fonte di piacevoli sentimenti e incentivano all’azione, per altri sono causa di disagio: le più tipiche sono quelle che riguardano le questioni economiche, i rapporti con le autorità, la compagnia di persone interessanti dell’altro sesso, l’intimità, l’interazione con persone sconosciute.
All’origine del disagio vi sono reazioni emotive condizionate, che si attivano automaticamente in presenza di situazioni specifiche e vengono ulteriormente complicate da reazioni cognitive messe in atto dall’individuo, nel tentativo di dare una giustificazione razionale a condizioni che sfuggono al suo controllo.

Integrazione tra forme e contenuti dell’assertività

L’assertività è un modo di essere che nasce dall’armonia tra abilità sociali, emozioni e razionalità.
Sono in gioco i tre aspetti di base della personalità, ciascuno con un preciso correlato neuro-fisiologico: viscerale-autonomico, per le emozioni; motorio-volontario, per i gesti e le azioni; corticale-cognitivo, per i pensieri e le verbalizzazioni.
Esiste un certo grado di indipendenza fra i tre aspetti della personalità (fenomeno della “desincronia” di Rachman e Hodgson,1974), per cui, ad esempio, una persona può essere molto assertiva nei suoi convincimenti, ma poco abile nella pratica dei rapporti sociali.
Non è perciò possibile migliorare l’assertività agendo su uno solo di tali aspetti. Ciascuno di essi va considerato singolarmente e in rapporto agli altri: non è sufficiente sapere che cosa e come fare per essere assertivi, ma è necessario sviluppare anche nuove abitudini di comportamento e perfezionare l’educazione dei sentimenti e delle emozioni.
L’assertività è un atteggiamento, uno stile di vita che non richiede di cambiare personalità, ma di scoprire, attraverso un cambiamento di abitudini, il significato e il piacere di essere spontanei, naturali e insieme socialmente competenti.

Galleria di ritratti

 L’assertivo

Il padre Cristoforo, nella sua passionalità, ben rappresenta la figura della persona assertiva:

C’è talvolta, nel volto e nel contegno d’un uomo, un’espressione così immediata, si direbbe quasi un’effusione dell’animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell’animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s’era fatto frate, né veniva a quell’umiliazione per timore umano: e questo cominciò a conciliarglieli tutti.
Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l’uomo s’animava, a un tratto, dell’impeto antico, che, secondato e modificato da un’enfasi solenne, venutagli dall’uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l’aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un’indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all’erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori.

Il passivo

Lo scrittore inglese Jerome K. Jerome così descrive chi soffre di passività:

Egli si muove tra la gente, ma non vi si mischia. Tra lui e i suoi fratelli in umanità corre una barriera insormontabile … un grosso muro invisibile, ch’egli cerca invano di scalare ma contro il quale riesce solo a graffiarsi, nello sforzo. Egli vede visi amabili, ode voci amabili dall’altra parte, ma non può stendere una mano oltre la barriera per afferrare un’altra mano. Resta ad osservare i gruppi festosi e desidera ardentemente di parlare, di dichiarare la sua affinità con loro. Ma essi gli passano accanto, cicalando allegramente, e lui non può fermarli. Cerca di raggiungerli, ma le mura della sua prigione si muovono con lui. Frasi brillanti, cordiali manifestazioni di simpatia gli giungono continuamente alle labbra, ma muoiono in mormorii che nessuno ode, chiusi tra le morse dell’acciaio. Il cuore gli duole per il fratello stanco, ma la sua simpatia è muta. Disprezzo e indignazione per l’ingiustizia gli soffocano la gola, e non trovano una via di sbocco; e quando potrebbero esplodere in appassionate invettive, si ripiegano su se stessi e gli fanno male. Tutto l’odio, l’ironia e l’amore di una natura profonda si corrompono e marciscono in lui, anziché effondersi all’esterno, e lo inaspriscono trasformandolo in un misantropo e in un cinico.

L’aggressivo

Un esempio di aggressivo in azione è don Rodrigo di fronte a fra Cristoforo:

Con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero.
Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: “escimi di tra piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.”
“Villano rincivilito!” proseguì don Rodrigo: “tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.”
Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se n’andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia.

Si mosse (don Rodrigo), e, più burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispondeva.

L’aggressivo-passivo

Lo stesso meccanismo dell’aggressività può essere tuttavia all’origine di un comportamento passivo, come nell’esempio di Maine de Biran:

Esco da una casa in cui credevo di interessare molto i padroni. Mi ero persuaso ch’essi nutrissero per me la considerazione che la mia vanità si arroga, e che ritiene non debba esserle rifiutata. Che è accaduto? Quelle persone così buone, così premurose, mi hanno ricevuto freddamente, con una specie di disprezzo, e subito l’amor proprio offeso si impenna, si irrita; il mio cuore si fa grosso, e io rincaso triste, inquieto.
Trascinato in direzioni contrarie, sono soltanto passivo; la mia ragione si annulla; dico ciò che non vorrei dire; faccio ciò che non vorrei fare; non sono che un fanciullo sconsiderato, e così mi si deve giudicare. Tutti mi guidano, si impongono a me, e i più ignoranti, coloro che mi sono inferiori in tutto, prendono su di me un impero che la mollezza del mio carattere non sa contrastare.

Il passivo-aggressivo

Un esempio classico di persona abitualmente passiva, che tuttavia sa essere aggressivo con i più deboli, è don Abbondio:

Don Abbondio non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato.
Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’operarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare.
Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un po’ fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo.

Il passivo-manipolativo

Vi è anche chi, fondamentalmente passivo, per l’ansia di esprimere se stesso assume uno stile di personalità artificioso, manipolativo:

Il giornalista della sezione culturale: non balbettava ripetendo solo le lettere, ma intere parole: era un balbettio artificiale. Quando non parlava, ansimava. La sua amabilità e la sua sollecitudine si tramutavano continuamente in una maschera che ne celava i reali sentimenti del disprezzo, astio e odio; quel suo fervido ritenersi offeso, quando non riuscii, come altrimenti è d’uso nel suo paese, a dargli del tu e a chiamarlo per nome - da allora si rivolse a me solo con la formula “egregio signore”. Non riusciva a tacere neanche per un istante, e quando ero costretto ad allontanarmi continuava a parlarmi alle spalle o mi veniva dietro. Conosceva tutti gli scrittori del mondo, erano i suoi protetti (“Beckett sta molto meglio adesso che cinque anni fa”. “Grazie a Ionesco ho imparato ad amare il gusto delle ostriche.). Somigliava a una persona libera, ma anche chiassosa nella propria disillusione; del resto non sapeva neanche “se avrebbe scritto qualcosa su di me”.
Era la sua minaccia. Odorava di quelle caramelle che, in quanto accanito fumatore, un tempo, doveva ora succhiare continuamente; un viziato, autoviziantesi maestro del birignao internazionale, il massimo trucco del quale consisteva nello spacciare per propri, nel breve periodo della sua presenza, le ossessioni degli oggetti del suo scrivere; stabiliva rapporti tra i vari dettagli con l’agilità d’un borsaiolo, con la sveltezza d’un impostore. (Parlava con una voce che non sembrava mai appartenergli; essa usciva estranea e incorporea dalla sua bocca; in quei pochi momenti, tuttavia, nei quali essa si faceva seria, pesante, a lui corrispondente, appariva pur sempre contraffatta ed ipocrita; similmente i suoi occhi ti fissavano d’improvviso, ma non si trattava di un vero e proprio osservare o contemplare, no, solo d’un nuovo trucco, d’un infingimento – e a dire il vero talvolta egli sembrava persino sperso e perciò degno di simpatia).

L’assertivo e gli altri

Ciò che accomuna il passivo e l’aggressivo è l’egocentrismo, ossia quell’atteggiamento individualistico che porta a considerare gli altri come estranei alla propria umanità.
Quando si condanna un’altra persona, reagendo d’impulso a un suo sgarbo, si dimentica che come noi prova emozioni, ansie, disagi, a cui sta reagendo esattamente come stiamo facendo noi.
L’assertivo sa che essere persona significa avere la coscienza di appartenere al genere umano, significa anche che non possiamo trattare nessuno come estraneo:

E’ un altro, si dice. Sulle prime sembra che sia per me un nemico che contrasti in tutto quello che io sono: la sua sola presenza mi offusca e mi nega. Caratteristica della mia persona è aspirare a regnare sul mondo. Bisogna quindi che ne cacci via qualsiasi simile o che tema, a mia volta, d’esserne cacciato. La terra intera m’era promessa ed ecco che comincia a sfuggirmi. Questa esistenza che mi trovo improvvisamente di fronte è così differente da quella di un oggetto dinanzi allo sguardo; è me stesso, come si è detto, che si sente diventare un oggetto o forse una preda.
Intanto quest’essere che non è soltanto diverso da me, che veramente è l’io di un altro, dà a me medesimo la coscienza dell’io che io sono. Fino a qui ero perduto nel mondo che non offriva in nessun luogo un’esistenza paragonabile alla mia. Ora ecco, invece, che scopro un potere che non è più il mio, che alterna la sua influenza sia oltrepassandolo sia rispondendogli. E’ il miracolo di una coscienza che non è più la mia, ma che la riflette, che prolunga l’essere che io sono, scopre in se stesso potenze insospettate e dà vita a quell’eterno dialogo con se medesimo che non può progredire altrimenti che in un dialogo con tutto l’universo.
La più grande prova che possa esser data ad un uomo è l’incontro con un altro uomo perché lo rivelerà a se stesso.

 

© Dott.ssa Francesca Mancini - Studio di Psicoterapia - via Giuseppe del papa, 88 - Empoli 50053 Firenze - Tel. 347 4404681 francescamancini@email.it