Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

Il concetto di inconscio nello studio delle dinamiche di gruppo

Le teorie che seguono hanno in comune l’assunto che nelle relazioni gruppali, al di là dei ruoli e delle comunicazioni coscientemente riconosciute, entrino in gioco dinamiche relazionali inconsce che si rifanno ai concetti psicoanalitici di transfert, controtransfert, meccanismi di difesa, struttura tripartita della mente, ecc, con l’aggiunta, però, di concetti propri della teoria della Gestalt, quali il concetto di figura-sfondo e di gruppo come sistema complesso in cui entrano in azione forze cooperanti e in conflitto tra loro.
La gruppoanalisi di Foulkes si rifà ai principi sopradetti nella misura in cui sostiene che l’intrapsichico si collochi nella rete globale di interazione del gruppo di appartenenza, la così detta Matrice di base.

Per Foulkes ciò che è individuale ed intrapsichico è anche multipersonale. L’individuo non può esistere senza il gruppo e viceversa. “Il gruppo è una sorta di modello della struttura psichica i cui processi dinamici vengono personificati e rappresentati drammaticamente”.

Questa rete transpersonale, o Matrice, è un sistema psichico nel contesto del quale l’individuo si esprime cosicché ciò che è all’esterno è anche all’interno e viceversa.
La mente dell’uomo è come l’insieme unico di tessere di un puzzle e nello stesso tempo la tessera del puzzle stesso.

La strutturazione della matrice di gruppo trova, per Foulkes, il suo equivalente nella gruppalità interna con i suoi livelli di comunicazione che interagiscono costantemente e che rispecchiano quelli della gruppalità esterna. Per Foulkes: “Solo grazie ad una particolare astrazione possiamo isolare tra loro i fattori biologici, sociali, culturali ed economici. La vita mentale è espressione di tutte queste forze viste sia a livello orizzontale, e cioè nella realtà strettamente attuale, che verticale in relazione all’eredità del passato”.

Un altro psicoanalista inglese che, dedicandosi allo studio delle dinamiche di gruppo, introdusse il concetto di inconscio fu W. Bion. Egli era convinto che, per ogni gruppo, ne esistessero due al suo interno: il “gruppo di lavoro”, caratterizzato da funzioni più mature (il contatto con la realtà, la tolleranza della frustrazione, la capacità di comunicazione e collaborazione) e il “gruppo in assunto di base” caratterizzato da funzioni arcaiche del gruppo quali la dipendenza, l’attacco-fuga e l’accoppiamento.

Il gruppo di lavoro è impegnato nell’effettivo compito di lavoro del gruppo. Pochi gruppi, tuttavia, lavorano razionalmente verso il raggiungimento dei loro obiettivi senza che vi siano interferenze da parte degli assunti di base. Gli assunti di base si riferiscono alle fantasie inconsce che spingono i gruppi a comportarsi in maniera “come se”. In altre parole, i componenti del gruppo iniziano ad agire sulla base di un assunto riguardo al gruppo che è diverso dal compito preposto. Gli assunti di base fanno deragliare il lavoro del gruppo e impediscono il raggiungimento del suo obiettivo, ma possono consentire a ciascun componente di comprendere se stesso all’interno del contesto di gruppo.

Nello specifico, l’assunto di base di dipendenza può essere visto come un insieme di difese contro angosce depressive (Ganzarain,1980).

In questo assunto di base, le persone si comportano come se fossero deboli, sprovveduti, incapaci di aiutarsi l’un l’altro e come se fossero completamente dipendenti dal leader, a cui guardano come a un dio (idealizzazione). La paura sottostante è che la loro distruttività (sentimenti negativi) possa far del male al leader e per difendersi da questa angoscia lo ritengono una figura instancabile, onnisciente e onnipotente, che sarà sempre lì disponibile per loro e che avrà sempre tutte le risposte.

Nell’attacco-fuga, invece, tutta la “cattiveria” viene scissa dal proprio sé e proiettata sugli altri. I componenti del gruppo sentono che c’è un persecutore esterno che li distruggerà e per evitarlo il gruppo può lottare oppure fuggire dal persecutore (evitamento). Se , invece, sentimenti non accettabili vengono proiettati su un membro del gruppo, quest’ultimo, denominato “capro espiatorio”, diventa l’unico responsabile dei fallimenti, delle frustrazioni e, più in generale, di tutto ciò che non va all’interno del gruppo.

 Il termine “capro espiatorio” è mutuato dalle comunità primitive che si difendevano dalla violenza che si diffondeva e cresceva nella comunità trasferendola sulla vittima espiatoria. Questa, calamitando su di sé tutta la violenza diffusa tra i membri della comunità, realizzava con la propria espulsione la loro innocenza. Il sacrificio del capro espiatorio aveva infatti il potere di trasformare la violenza da malefica, qual è quando si aggira tra gli uomini, in benefica, quale diventa quando, rinviata al mondo divino da cui proviene, produce tra gli uomini quelle forme rituali d’ordine per scongiurarne il ritorno.

Infine, l’assunto di base di accoppiamento spesso ruota attorno a due membri del gruppo che proporranno un “messia” per salvare il gruppo. Vi è un’atmosfera pervasiva di ottimismo e speranza che può essere vista come una difesa maniacale dalla preoccupazione propria del gruppo che aggressività, odio e ostilità esistano anche al suo interno.

Oltre agli assunti di base, vi sono altre forze operanti nei gruppi tra cui , uno dei più potenti, è il “risucchiamento in un ruolo”. E’ osservazione comune che il comportamento di una persona nel rapporto a tu per tu può cambiare radicalmente quando questa entri in un gruppo. Sentiamo spesso parlare, ad esempio, del “bravo ragazzo” che è “entrato nella compagnia sbagliata”.

Gli individui che si trovano a comportarsi diversamente in un gruppo spesso dicono di sentirsi trascinati in un ruolo che loro stessi non sembrano scegliere. Nel concetto di ruolo, infatti, è implicita una discrepanza tra essere e apparire, tra ciò che uno veramente è, e le aspettative che dagli altri convergono su di lui. Il ruolo permette di cogliere solo un aspetto della persona che, pertanto, si sentirà rigidamente costretta a esprimere di sé solo ciò che quel ruolo le consente; contrariamente il benessere di una persona in un gruppo è legato alla capacità di quest’ultima di interpretare più ruoli in modo flessibile, cosa che le permette di esprimere la propria identità in maniera completa, offrendo al gruppo un’opportunità di crescita (giocare i ruoli ma non farsi giocare dai ruoli).Quanto appena detto vale nei GRUPPI CHE SI CREANO SPONTANEAMENTE dove non esistono strutture gerarchiche e conseguentemente ruoli da rispettare.

In AMBITO LAVORATIVO, invece, è auspicabile che i ruoli siano ben definiti in modo da evitare quell’ambiguità di ruolo che può comportare il sovraccarico quantitativo o qualitativo di lavoro e di responsabilità e il conflitto di ruolo quando le mansioni di un ruolo sconfinano con quelle di un altro ruolo, o quando un individuo si trova a dover svolgere più ruoli per ciascuno dei quali sono previsti comportamenti diversi.

In AMBITO FAMILIARE si considera l’assunzione di un ruolo, a partire dall’infanzia sulla base delle attese dei genitori nei confronti del bambino, come la prima forma di strutturazione dell’identità. Detto ruolo viene interiorizzato in base al sesso, all’età, alla posizione nella famiglia, attraverso i processi di identificazione che costituiscono i canali delle prime transazioni tra bambino e genitori, tra bambino e insegnanti. Nell’adolescenza, quando l’individuo deve ridefinire la sua identità, c’è la possibilità che un eccesso di identificazione nel ruolo acquisito ostacoli l’affermazione della propria identità autentica. A questo proposito C. G. Jung distingue il processo di individuazione da un’eccessiva identificazione con la persona, ossia con la maschera che a livello sociale ciascuno assume.

Sull’aspetto psicodinamico del ruolo si sono espressi anche J. L. Moreno, inventore del Sociodramma e dello Psicodramma (“All’interno del procedimento psicodrammatico … il protagonista non si limita a sdraiarsi o a sedersi. Si muove, agisce, parla, proprio come fa nella vita. Alle volte non è impegnato a fare nulla, …solo ad essere. Lo scenario in cui si svolge la sua esistenza può essere a volte strutturato rigidamente, come la realtà sociale che lo circonda, oppure può essere irreale come un sogno o può prendere l’aspetto allucinatorio del mondo di un folle. A volte può essere lo spazio della logica della realtà, altre volte quello della logica interna della fantasia, o infine un posto per le esperienze che vengono dalla non logica e dalla non esistenza … Il palcoscenico psicodrammatico … può anche avere strutture che nella realtà non esistono.

E’ l’habitat naturale della spontaneità”, Moreno) che concepisce il ruolo come una interpretazione spontanea da parte dell’individuo di un suo aspetto psicologico o di una sua potenzialità e G. H. Mead, che reputa il ruolo una condizione necessaria per la formazione della personalità che si struttura e si diversifica grazie alle capacità di ciascuno di interpretare il ruolo dell’altro interiorizzandone gli atteggiamenti, cosa che permette di gestire il proprio comportamento sulla base delle aspettative altrui. Perciò il ruolo è essenziale nell’apprendimento che sarebbe impossibile da realizzare in assenza di comportamenti propri e altrui relativamente prevedibili.

Mead, inoltre, distingue nell’individuo l’attore dal personaggio che consiste nella rappresentazione di sé all’interno della relazione sociale. Nelle interazioni sociali, sia quotidiane che “istituzionali”, gli individui hanno spesso come unico scopo quello di esibire e far accettare all’altro le proprie maschere/ruolo sociali.

Tuttavia, attraverso tali giochi di ruolo, gli individui ne escono trasformati; nelle relazioni avviene una costante rinegoziazione delle identità sociali.

Entrando più in merito al pensiero di Moreno, importanti sono le sue osservazioni sul gioco di ruolo e l’inversione di ruolo. Egli sostiene che ci sia una relazione diretta tra spontaneità, gioco di ruolo e inversione di ruolo. “Il ruolo è il modo di essere reale e percettibile che assume l’Io; il modo di essere e di agire che assume l’individuo, nel momento stesso in cui reagisce ad una situazione in cui sono impegnati altri” (Moreno, Manuale di Psicodramma, Astrolabio, 1985, pag. 81).

Il bambino sperimenta nella sua evoluzione, vari tipi di ruolo giocando i ruoli delle persone che vivono accanto a lui, nel momento in cui, osservandole, le assimila. La sua non è una semplice imitazione ma una vera e propria introiezione. E’ un gioco necessario alla crescita perché permette al bambino di apprendere i molti gesti necessari per essere accettato dall’ambiente ed entrare a far parte della società; ma è anche un gioco rischioso, perché diventare l’altro vuol dire rinunciare alla propria tendenza naturale.

Per Moreno c’è una distinzione tra gioco di ruolo e inversione di ruolo. Nel primo caso gli altri sono assenti nel momento in cui il gioco avviene (sono stati presenti in precedenza); nel secondo caso gli altri sono fisicamente presenti ed interagiscono. Nel setting dello psicodramma giocare il ruolo di un altro è una scelta che può servire a ritrovare parti di sé, parti rimosse della personalità naturale, quindi della spontaneità. Nello stesso setting invertire il ruolo può servire a vivere parti dell’altro che non si erano riconosciute in se stessi; parti introiettate (processo attraverso il quale vengono incorporate nell’Io immagini di oggetti esterni di cui si finisce per perderne la realtà), che potrebbero aver tolto spontaneità con tutte le conseguenze che ciò comporta; parti riconoscibili più facilmente nell’altro che in se stessi.

Moreno riconosce due categorie di ruoli; nella prima ci sono :


Nella seconda ci sono:


Il ruolo può essere gestito adeguatamente o inadeguatamente, con flessibilità o rigidità, in dissonanza o consonanza, ecc. Nello psicodramma, come nella vita, emergono i conflitti tra ruolo e persona. Si pone, cioè, il problema della scelta della propria condotta in funzione del ruolo (ossia del comportamento sociale ascritto), oppure in funzione delle proprie tendenze naturali.

Più in generale, riguardo all’importanza del gruppo per la crescita di ciascun individuo, il principio riconosciuto da Moreno è che la personalità si struttura a contatto con l’ambiente familiare, a partire dal gruppo più semplice, quello duale, in funzione delle modalità relazionali richieste, delle frustrazioni, dei traumi e dei conflitti incontrati.

Lo psichismo individuale, così precisato come frutto delle prime esperienze relazionali, si costituisce come gruppo interno e la sua evoluzione avviene in ambito relazionale-gruppale.

Moreno, attingendo alla sua esperienza di lavoro con i gruppi aveva individuato alcuni elementi fondamentali e peculiari del gruppo, e cioè:

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