Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

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Poiché il sentimento è il primo
a prestare attenzione
alla sintassi delle cose
non ti basterà mai interamente;
quindi
ridi, quando ti appoggi alle mie braccia
perché la vita non è un paragrafo.
E la morte, io credo,
non è una parentesi.


Edward E. Cumming

 


E fui mamma per sempre


Perché si parla tanto di depressione post-partum?
Posto che si tratta di un periodo, quello subito dopo la nascita di un figlio, molto faticoso in cui le donne si ritrovano a fare i conti con un fisico provato dal parto in un momento di stravolgimento della propria esistenza, posto che, forse, oggi più di ieri, la soglia della sopportazione del sacrificio e della rinuncia si è notevolmente abbassata – e per certi versi non è neppure male! – posto che talvolta si usano parole, diventate di uso comune, quali quelle relative alle patologie mentali, talvolta impropriamente, tanto che l’occasione di stare male diventa la causa dello star male, è vero che in quel momento particolare della vita di una donna, in cui  si passa necessariamente da una condizione di figlia a una condizione di madre, si può andare incontro al buio. La luce della nascita di un essere umano si coniuga con la morte di una condizione preesistente: come sempre luci e ombre.
… lo sgomento fu immediato insieme alla completa perdita di me stessa. Altro che amore materno! Improvvisamente non importava più se avessi sonno, freddo, fame o dolore alla ferita o alle spalle; contava solo che la bambina stesse bene, che imparasse a succhiare il latte, che avesse tutto ciò che le serviva in tempi più rapidi possibile perché le sue proteste mi erano intollerabili e i suoi pianti erano i miei pianti. Io non sto parlando di quelle lacrime che inevitabilmente accompagnano la nascita di un figlio, destinate ad esaurirsi nel giro di pochi giorni; sto parlando, invece, della disperazione che può cogliere una madre per le condizioni in cui questo evento, della cui straordinarietà non si può non tener conto, si realizza.
La cronaca ha, negli ultimi anni, proposto casi estremi di infanticidi efferatissimi legati, evidentemente, alla patologia, più o meno evidente, di queste madri. Sono stati scritti libri e libri, dai titoli più toccanti e raccapriccianti che spesso legano in agghiaccianti ossimori parole che, per natura, dovrebbero rimanere separate.
 Prima di tutto,sarà meglio precisare che anche in circostanze estreme non tutte le persone e, nello specifico, non tutte le madri si comporterebbero nello stesso modo e che è sempre bene evidenziare la libera scelta come caratteristica intrinseca all’essere umano.
Fatta questa precisazione, nel dormiveglia, quando tutto diventa più vero … anche i pensieri, che si fanno  lucidi … mi risuona una parola che, lungi da me l’idea che possa essere esaustiva, mi sembra possa essere usata come chiave di lettura di vissuti di ordinaria disperazione.
Siamo sole a vivere la nascita di un figlio:

… io ho riconosciuto la tua voce stanotte, disse Nedda facendosi rossa e zappando con un coccio la terra della pentola che conteneva i suoi fiori.
Egli si volse in là, ed accese la pipa, come deve fare un uomo …

… La pentola rotta, posta sul davanzale, era ricca di garofani in boccio.

  1. Che peccato, - disse Nedda, - che non ce ne siano di fioriti! – e spiccò il più grosso bocciolo e glielo diede.

Che vuoi che ne faccia se non è sbocciato? – diss’egli senza comprenderla, e lo buttò via. Ella si volse in là.
(L’amore tra Nedda e Janu, tratto dalla Novella “Nedda” di G. Verga).
Mi hanno raccontato i vecchi che prima le donne partorivano in casa con l’aiuto di altre donne e che poi questa funzione maieutica delle donne ostetriche si dilatava nel tempo nella condivisione dell’accudimento e della crescita del figlio che era il figlio di tutti e non solo dei genitori.
Forse si comunicava di più, anche senza fare grandi discorsi e l’affetto circolava e diventava la rete di contenimento delle paure, delle insicurezze, della fatica e della sensazione di perdita che ogni donna sperimenta al momento in cui diventa mamma e che le fa pensare che nulla sarà più come prima. Ed è vero, nulla sarà più come prima.
Con questo non voglio idealizzare troppo il passato; ogni cultura ha i suoi scheletri nell’armadio e commette i suoi crimini. Voglio solo sottolineare che oggi le famiglie sono chiuse all’esterno, forse troppo e che le nuove mamme non facilmente trovano luoghi di confronto in cui poter esprimere anche ciò che sembra inaccettabile o addirittura mostruoso da provare ma che, se si ha il coraggio di esprimere, è comune a tutte. Tanto più in un momento di transizione come questo in cui il modello di madre tradizionale si sta scardinando a favore di un’interpretazione di questo ruolo che si inserisce in una personalità femminile molto più articolata.
E’ evidente, dunque, che l’impreparazione nel vivere un evento del genere tende a spiazzare qualunque donna: c’è stupore, c’è fatica, c’è rinuncia, c’è paura, tutte cose che solo il rapporto d’amore con il compagno può rendere sopportabili se sarà adeguato  nel contenere tutte quelle emozioni che tolgono alla maternità quell’alone di retorica poco realistica per collocarlo in un contesto di stanchezza e stordimento in cui l’amore per il figlio è talmente smisurato nelle priorità che nemmeno lo si riconosce.
Le donne dovranno , a loro volta, nella loro ricerca affettiva, chiedere senza pretendere e pretendere solo dopo aver chiesto.
Tutto ciò per mantenere la stessa intensità di quella prima volta:

… Se fossimo marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane e bere il vino insieme, - disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli occhi, perché egli la guardava in un certo modo.

… L’annata sarà buona pel povero e pel ricco, - disse Janu, - … e se tu mi volessi bene! … - e le porse il fiasco.

  1. No, non voglio più bere; - disse ella colle guance tutte rosse.
  2. O perché ti fai rossa?- diss’egli ridendo.
  3. Non te lo voglio dire.
  4. Perché hai bevuto?
  5. No!
  6. Perché mi vuoi bene?

Ella gli diede un pugno sull’omero e si mise a ridere.
… Ella lo guardò serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle sue mani brune, ma si alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene. Egli la trattenne per le vesti, tutto stravolto, e balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
( L’amore tra Nedda e Janu, tratto dalla Novella “Nedda” di G. Verga)

Quell’amore lo riconosceremo col passare degli anni, quando quel figlio diventerà tutto ciò che è e che è sempre stato, tutto ciò che anche la mamma ha voluto che fosse facendosi artefice di quel rapporto unico madre/figlio che è il rapporto più creativo del mondo.

 

Francesca Mancini, Ottobre 2007

 

 

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