Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

Riflessioni di fronte ad un omicida

                                                L’esperienza è una strada  tortuosa che la mente,
                                                paradossalmente, preferisce alla mente stessa con
                                                la presunzione di far strada.

                                                Proprio al contrario, quanto contorta
                                                l’autodisciplina dell’uomo,
                                                che lo costringe a scegliersi con le sue stesse mani
                                                i dolori a cui è stato predestinato.
                                                                       E. Dickinson (da “Silenzi”)

                                                                                                                                    
Mentre camminavo nei lunghi corridoi del carcere, mi hanno colpito le espressioni rassegnate ed ossequiose di tre detenuti che, presumo, aiutassero a preparare il pranzo.

Poco più avanti un uomo con occhi e modi accattivanti dice che ci saremmo visti dopo e da lì capisco che si tratta del detenuto che si era reso disponibile a parlare con me ed i miei colleghi.

Quando,più tardi, sono venuta a sapere della sua storia sono stata colta dall’inquietudine; inquietudine connessa al pensiero che compiere un omicidio significa per una persona compiere un salto ontologico che, da fuori, non si vede.

Lui, nell’aspetto, non era diverso da me e dagli altri in nulla ed era anche piacevole averlo vicino e parlargli.

Mentre la patologia psichica segna anche il corpo fino, alle volte, a rendere repellente chi ne è affetto ed è, quindi, intrinsecamente stigmatizzante; compiere un omicidio non altera alcunché nell’esteriorità.
 Di qui la mia fatica nel tenere presente che cosa quella persona, così disponibile nel suo tenero imbarazzo, era stato capace di compiere dieci anni prima.
 Immaginandomi un colloquio psicologico con lui, la prima difficoltà sarebbe stata quella di non colludere con lui, nonostante il suo desiderio di piacere a tutti e di farsi ben volere.
Fin dall’inizio dell’incontro ho avuto la sensazione di camminare su un filo, con la conseguente possibilità di cadere nell’illecito, per quanto riguardava tutti noi, e in un’inutile invidia dolorosa , per quanto riguardava lui.
A mio avviso ad una persona si può chiedere tutto se le domande sono mosse dall’interesse per, contrariamente, la mera curiosità, disgiunta dall’affetto, rende violento qualsiasi intervento.
Questa sensazione o qualcosa di simile deve essere stata avvertita anche dagli altri perché il gruppo, quasi a difendersi da una possibile di lui ben controllata aggressività, si è posto come se tra lui e noi non ci fosse differenza, negando l’evidenza del reato e della detenzione.
Questo atteggiamento mi è sembrato rischioso non in termini morali, in quei termini potrebbe addirittura non esservi alcuna differenza tra lui e noi, ma in termini psicoterapici.
Io sono stata a lungo in imbarazzo per il tono eccessivamente delicato con cui abbiamo posto certe domande, per la difficoltà di fare domande sensate che non toccassero la sua sensibilità, sulla base, però, di un nostro modo di sentire ed interpretare la realtà.
Queste sono tutte note che ho voluto fissare sul foglio proprio perché sono convinta che questi vissuti si sarebbero presentati anche in un colloquio individuale con lui. In quella sede, però, la mia scelta credo sarebbe stata quella di non annullare l’omicidio, e questo non per creare una barriera, ma proprio nella convinzione che se c’è un modo per stare nella relazione con l’altro è non negare la sua specificità. E’ solo partendo dalla realtà, per com’è, che possiamo avvicinarci realmente a qualcuno, senza cadere nello scimmiottamento di una somiglianza che non c’è e senza cadere in uno sterile buonismo.
Questi pensieri, ancora più confusi di come li ho scritti, hanno continuato a frequentare la mia mente finchè lui, parlando di suo figlio, non mi ha guardato.
 In quel momento stava parlando con me ed io mi sono sentita autorizzata a parlare.
 L’imbarazzo è scomparso lasciando il posto all’incontro ed in me si è fatta spazio, prepotente, la necessità di parlare della memoria: la memoria dà il senso di continuità, aiuta nella progettualità, consente la linearità. Ma se c’è un buco nella storia, colmato solo dal racconto di altri ma privo di affetti, come posso fare a trovare la forza di alzarmi al mattino? Eppure davanti a me avevo la prova tangibile che si può vivere con un buco nero nella testa.
Aveva gli occhi lucidi quando parlava del figlio ma nemmeno per un attimo ho pensato che la commozione potesse corrispondere al dolore sordo e lacerante che una storia del genere può portare con sé.
 Se quell’uomo, anche per un secondo, avesse provato quel tipo di dolore si sarebbe ucciso.
Più che di elaborazione del dolore e dell’evento e di ciò che quell’evento ha comportato, forse, in un primo tempo almeno, mi sembrerebbe più giusto parlare di contenimento del dolore e di una ricerca di compatibilità di quel dolore con la vita.
Non mi è sembrata una persona pericolosa se non per se stessa, sempre che quella bramosia rabbiosa trovi dei binari nei quali stare.
Cresciuto in collegio è andato a “ricercarsi” un ambiente chiuso dove fossero altri, dall’esterno, a pilotarlo; come se da libero fossero troppi gli stimoli e le pressioni nelle quali districarsi.
Ad oggi ha voglia della vita fuori con la stessa intensità con cui la teme ma la scelta, in realtà, non c’è. Metterlo alla prova è l’unico modo per dargli una possibilità di vita altra e per dare un senso alla carcerazione come riabilitazione e non come mera contenzione.


Francesca Mancini, 2005

 

 

.
© Dott.ssa Francesca Mancini - Studio di Psicoterapia - Viale Palestro, 19 - Empoli 50053 Firenze - Tel. 347 4404681 francescamancini@email.it