Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

Normalità e patologia nelle relazioni d’amore

Prima di ogni altra cosa, credo vada sottolineata l’apparente incongruità del titolo di questa conferenza: laddove sembra si possa contrapporre al concetto di patologia quello di normalità. Come se tutto ciò che è normale (ovvero: nella norma) fosse sano, cosa che invece non è.

Ora, se non si deve confondere sanità e malattia, allo stesso modo non si può fare un’equivalenza assoluta tra sanità e normalità. Sovente, ciò che è nella norma non per questo è sano.

Allora: come sta la faccenda di questo titolo.
Alcuni amici, che si occupano di comunicazione, potrebbero suggerirmi che l’apparente errore è - in realtà – una provocazione, un paradosso, e questo è senz’altro in parte vero. Tuttavia è anche, semplicemente l’occasione per precisare quanto appena detto, ovvero che è quanto meno contraddittorio – se non francamente sbagliato – ritenere sano tutto ciò che è nella norma e, al contrario, ritenere “malato” tutto ciò che dalla norma si discosta. Se questo può essere vero dal punto di vista statistico, non è affatto vero per quanto attiene all’idea di una salute mentale possibile.
Allora, l’incongruità del titolo è anche la presunzione di voler parlare non di ciò che è, ma di ciò che dovrebbe essere: del fatto cioè che sarebbe auspicabile che prima o poi, oggi o domani, ciò che è normale possa essere anche – contemporaneamente – sano.

Con ciò, vi ho detto come vorrei svolgere questa discussione: vorrei parlare di ciò che potrebbe essere, non di ciò che normalmente è.

Cosa senza dubbio presuntuosa.

Così com’è presuntuoso l’argomento: si avrebbe anche la pretesa di voler parlare in termini generali dell’affetto, della relazione affettiva, dell’amore, argomento che, proprio perché universalmente pervasivo, risulta essere talmente vasto, articolato e complesso da richiedere magari, per un’unica persona, anni di analisi.
E noi vorremmo parlarne in un’ora.
Allora diciamo subito che non possiamo svolgere l’argomento se non in minima, impercettibile parte, pur tuttavia continuando ad avere la presunzione di poter dire magari solo tre o quattro piccole cose ma – per  lo meno – sane.
E questo potrebbe essere già abbastanza.
Dunque: non parlerò, se non di riflesso, delle relazioni d’amore in generale ma  - per quanto attiene specificamente la mia professione – delle relazioni di terapia, del rapporto d’analisi, assunto momentaneamente come modello di ogni relazione sana, dirò di più, come modello di ogni relazione d’amore.

L’assunto che mi consente di proporre quest’analogia è da ricercarsi nelle parole di Massimo Fagioli il quale scrive che – seppure possa non esservi certezza di conoscenza, tuttavia vi è – sempre – certezza dell’esistenza dell’amore – nella misura in cui vi è un essere, l’analista, che - per amore – si prende cura dell’altro – l’analizzando – il quale di amore è più o meno privo.
Anche se molti dicono che si dice di essere analisti non per amore, ma per questioni narcisistiche, o – addirittura – per soldi.
E ciò che dice Fagioli rispecchia esattamente ciò che spesso accade in analisi: non si capisce  cosa stia accadendo, si è tuttavia certi (si dovrebbe) dell’assetto affettivo dell’analista.
E dunque l’analista è tale perché dotato di tale assetto affettivo ed è in questo che si differenzia dal proprio paziente, essere deprivato di affetti e/o di capacità affettive.
Allora, in ogni richiesta di analisi è presente, più o meno esplicita, più o meno consapevole, sempre e comunque una richiesta d’amore, sia che attenga a quella che si ritiene essere la propria incapacità d’amare sia che attenga invece ad una ipotetica impossibilità d’essere amati.
La prima, generica considerazione, riguarda appunto il fatto che, perché vi possa essere un rapporto d’amore (o di analisi) è necessario che almeno un componente la coppia – analitica e non – sia capace, disponibile, in grado di amare.
Altrimenti, non può esservi né relazione d’amore né relazione d’analisi.
Altrimenti, siamo nella situazione in cui alla indifferenza del paziente corrisponde l’analoga indifferenza dell’analista il quale tuttavia se indifferente non può essere analista ( può averne, al più, il ruolo, l’apparenza).
Sino ad arrivare a quell’apparente paradosso che fa sì che l’affetto ( magari malato, ma pur sempre affetto) del paziente si scontri con la “sana indifferenza” dell’analista: ma forse, più che sana, visti i presupposti del titolo, dovremmo dire la “normale” indifferenza dell’analista.
Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe ad essere sviati dall’argomento che ci siamo prefissati, ed è necessario lasciarlo cadere.
Vorrei invece un attimo tornare a Fagioli per riassumere brevemente la posizione di questo Autore in merito alle diverse possibilità di relazione con l’oggetto (cioè con gli altri).
In due striminzite paginette Fagioli descrive sembrerebbe tutte le possibilità umane, nell’arco delle più antitetiche.
Agli estremi, due posizioni: da una parte, guardare e far sparire dall’altra, vedere intuire e sapere.

Guardare e far sparire significa: chiudere gli occhi, fare buio e vuoto interiore, realizzare l’indifferenza come massima espressione di patologia.

Vedere intuire e sapere  significa: oltrepassando qualunque forma di avidità o invidia o qualunque altra distorsione possibile,la capacità affettiva di ciascuno è contemporaneamente recettiva e tendente ad investire l’altro, in un rapporto di conoscenza che Fagioli chiama di investimento sessuale, come massima espressione di sanità.
Dato dunque per scontato questo originario assetto sano di colui che davvero può definirsi analista diamo ugualmente per scontato un analogo originario assetto sano dell’analizzando, il quale ha tuttavia perduto (anche se solo in parte) tale originaria dimensione affettiva per le vicissitudini della propria esistenza.
E’ importante sottolineare che tale perdita è sempre solo parziale: non esiste – io non ho mai visto – persona tanto malata da essere assolutamente indifferente.
E’ che l’affetto residuo di ciascuno è come mascherato, distorto.
Si potrebbe enumerare una quantità infinita di manifestazioni affettive in ognuna delle quali ciò che è più evidente è “quanto manca di affetto, ma in ognuna delle quali è evidente – anche se meno – che comunque di affetto c’è n’è ancora.
Basta pensare ai sintomi. L’esistenza dei quali ci fa dire talora che forse è proprio il sintomo, con la residua valenza affettiva che trasporta, a salvare le persone dall’indifferenza, costringendole a confrontarsi con l’impossibilità dell’indifferenza, che esiste perché esiste quella originaria dimensione di sanità di cui parlavamo.
L’uomo nasce sano; poi, si può ammalare; ma poiché mantiene l’originale, ancestrale memoria della propria originaria dimensione sana non si rassegnerà mai all’incurabilità della propria malattia.
Se è convinto che sanità e malattia non possono che ritrovarsi nel contesto delle relazioni interpersonali allora cercherà qualcuno che lo curi e potrà trovare l’opportunità di guarire.
L’importanza delle teorie di riferimento dell’analista sta tutta qui.
Allora: sin qui, abbiamo trovato un’affettività (che possiamo tradurre nel senso di: un tendere verso una dimensione di sanità) anche laddove proprio non pensavamo che ci fosse: e cioè nei sintomi.

Tuttavia, dobbiamo per forza cercarla anche da qualche altra parte, perché sennò dovremmo pensare che tutte le persone affettive sono piene di fastidiosi – talora gravi – sintomi, e gli indifferenti, gli anaffettivi, ovvero i malati più gravi stanno benone, e questo non è precisamente il massimo che ci si possa aspettare da un’analisi e da un analista.
Dunque; dove va cercata (ovvero: in quale modo va perseguita) una dimensione affettiva che sia idonea a configurare una relazione sana?
E fissiamo alcuni punti a mio avviso fondamentali.

  1. Oggetti e relazioni totali anziché parziali.

L’oggetto parziale, nell’accezione analitica “classica” può essere sia una parte del corpo (proprio o altrui) sia una persona esterna che può, anziché essere presa e considerata nella sua totalità viene visualizzata come se fosse un oggetto che esiste solo ed esclusivamente nella misura in cui serve per soddisfare i propri bisogni.
L’oggetto totale, al contrario, è la persona con cui il soggetto entra in rapporto, percependola come altro da sé e con cui è possibile instaurare una relazione.
La scelta oggettuale dunque riconosce l’altro nella sua alterità e totalità.
Ora, questo è più facile a dirsi che a farsi, per un insieme di motivi di cui parleremo e che hanno a che vedere con l’identità di ciascuno, la propria necessità di identificarsi con qualcuno o qualcosa, ed è ancora la capacità di vedere – non solo fisicamente, con gli occhi – infine l’esistenza di pulsioni parziali ossia quelle pulsioni che sono in cerca ciascuna della propria soddisfazione poiché non hanno ancora trovato un centro attorno a cui organizzarsi.
L’inizio di una relazione analitica è – ovviamente – più o meno permeato di modalità affettive e relazioni parziali: vi è una condizione di bisogno che spinge verso l’analisi ma che comunque l’analisi deve cercare di modificare.
Quell’analisi che desse per scontata – sempre – tale condizione ci si deve chiedere che tipo di analisi sia.  Quella relazione d’amore che parta da una condizione di bisogno e che sul soddisfacimento dei bisogni materiali – o comunque parziali – si esaurisca, ci si deve chiedere che tipo di relazione affettiva sia, e se non ci si debba aspettare di più.
Per inciso, vi leggo la definizione data da Freud dell’oggetto, per sottolineare l’importanza delle teorie di riferimento dell’analista. Dice Freud che l’oggetto “è assegnato alla pulsione soltanto in forza della sua proprietà di rendere possibile il soddisfacimento. Non è necessariamente un oggetto estraneo, ma può essere altresì una parte del corpo del soggetto.”
In altre parole: l’oggetto, l’altro, esiste solo nella misura in cui riesce a soddisfare un bisogno.
Non vi è altra possibilità. Può non esservi differenza tra relazione sessuale genitale ed atti masturbatori. Al limite, vi è anche la possibilità di agire un atto masturbatorio che ha l’apparenza, la fisicità, la materialità di una relazione sessuale. L’atto masturbatorio praticato su di un’altra persona. E non vi è dubbio - che – la sessualità possa essere proprio questo: la scarica masturbato ria legata al soddisfacimento di un bisogno materiale.

  1. Contrapposizione tra concetto di identità e quello di identificazione.

L’identità è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ha il suo fondamento nella relazione che la memoria instaura tra presente e passato.
Non è un dato ma una costruzione costantemente mutevole.
Il termine identificazione indica invece il processo con cui un soggetto assimila uno o più tratti di un altro individuo modellandosi su di esso.
Ciò che lega identità ed identificazione è il fatto che molti dei problemi relativi all’identità si decidono a livello di identificazione, nel senso che tanto più ci si identifica con qualcuno, tanto meno si è in grado di definire in maniera efficace la propria identità.
E’ un sottile equilibrio, è un confine sottile quello che passa tra il riuscire a cogliere l’arricchimento, il nutrimento nella relazione con l’altro – situazione che conduce ad una identità più forte, più definita – ed il “somigliare a …”, che invece conduce ad una identità più fragile, meno strutturata.
In analisi, la condizione iniziale di “vuoto” o di “esteriorità” che il paziente porta, viene pian piano sostituita da una trasformazione, dall’acquisizione di nuove e diverse caratteristiche, che hanno tuttavia il difetto di somigliare un po’ troppo alle caratteristiche, agli atteggiamenti, al modo di pensare dell’analista.
In questo caso, ancora non si può parlare di relazione affettiva matura: questa infatti presuppone che vi siano due entità distinte, due identità che interagiscono tra loro e che si possa definire tanto più matura – tale relazione – quanto più tali identità sono distinte e separate.
Nella relazione non di analisi, nella quotidianità delle relazioni “normali”, il rischio dell’identificazione si esprime nella possibilità di un annullamento dell’individualità di ciascuno, nella concreta possibilità di una stabile confusione tra ciò che è proprio e ciò che è altrui, in una alterazione più o meno pervasiva dei propri confini.
Il che espone al rischio, in determinate circostanze, di una vera e propria frammentazione del proprio sentimento di identità o al vissuto di perdita di parti del proprio sé come conseguenza di una separazione.
Se è vero che in una relazione d’amore si deve – in qualche misura obbligatoriamente – rinunciare al proprio sé, è anche vero che si deve essere in grado – dopo – di ricostruire i propri confini, e ciò può accadere tanto più facilmente quanto più, prima, tali confini erano ben definiti.
Ancora: in analisi, la confusione è espressa ed evidenziata da quel meccanismo noto con il nome di identificazione proiettiva: strana bestia che fa sì che parti frammentate dell’io (ovvero determinate caratteristiche della propria personalità) di solito caratterizzate da connotazioni negative vengano

  1. Espulse all’esterno
  2. Poste all’interno dell’altro (attribuite all’altro)

Cosicchè l’altro non è più sentito (non è più sensibile) come individuo separato ma come parte “cattiva” di sé.
Quel sogno in cui l’analista, tutto vestito di nero, insegue con un coltellaccio il paziente.

Abbiamo accennato, parlando degli affetti totali implicitamente, e parlando dell’identità esplicitamente, del problema dei confini dell’io. La definizione di tali confini è preliminare alla possibilità della costruzione di una relazione d’amore. Nella relazione di analisi tali confini vengono ricostruiti; tale ricostruzione avviene attraverso innumerevoli strumenti, che sono:
la presenza (presenza affettiva)
l’interpretazione (la conoscenza)
la restituzione
eventualmente, quando è il caso, anche attraverso il rifiuto, o il silenzio.
Non si può fare qui un trattato di analisi ed accennare anche solo brevemente a ciascuno di questi problemi.
Preferisco limitarmi ad una strumento, mi scuso che ho appena detto poco utilizzato, e che ritengo invece di fondamentale importanza e che rappresenta il terzo punto che intendevo sottolineare:

  1. Setting e variabilità del setting

Il setting è quell’aria spazio-temporale caratterizzata dalla presenza di regole ,nella quale si determinano il ritmo delle sedute, la loro durata, la modalità ed il luogo dell’incontro, eccetera eccetera.
Si potrebbe estendere il concetto di setting a tutte quelle situazioni riferibili a relazioni affettive caratterizzate da una qualche forma di stabilità (o regolarità).
Ora, possono configurarsi dall’inizio, sia per ciò che riguarda l’analisi sia per ciò che riguarda qualunque altra relazione, due diverse – direi antitetiche – modalità.
Pensiamo all’analisi: la prima situazione è quella riferibile a quel paziente che salta le sedute, non arriva in orario, sbaglia giorno, sparisce per lunghi periodi, poi riappare, oppure non riappare più.
La seconda situazione, al contrario, è riferibile non tanto a quelli che – magari per educazione – sono puntuali e che se non possono venire ti avvertono – ma soprattutto a quelle persone che sembrano particolarmente sensibili a qualunque – minima – variazione di un setting rigido e prefissato: io voglio venire sempre alla stessa ora – perché ho aspettato quasi due minuti? – quel quadro l’altra volta non c’era ecc. ecc.: qualunque minima variazione viene vissuta come una intensa turbativa.
Sono i pazienti freudiani, quelli che hanno sbagliato analista, gli ortodossi, quelli che – almeno in senso freudiano – sono più analisti dell’analista. E non avete idea di quanti ce ne siano.
Al di fuori dell’analisi, la prima situazione è riferita a quelli che danno degli appuntamenti e poi non ci vanno, la seconda a quelli che – istituzionalmente – lo fanno tutti i venerdì, verso le dieci, dieci e mezzo.
Un rapporto d’amore è impossibile in tutti e due i casi: nel primo perché manca l’affetto (va bene che ci sono gli oggetti parziali, ma abbiamo già detto che non valgono), nel secondo perché più che un rapporto d’amore c’è il rischio che sembri un lavoro.
Allora, concetto fondamentale: la capacità di introdurre e tollerare variazioni del setting denota la analoga capacità di ciascuno di definire e ri-definire i confini del proprio io.
Per il paziente che non viene mai vi è la necessità di ritrovare un filo, una continuità che è quella – come dicevamo – base dell’identità personale che è presupposto e pre-requisito fondamentale.
Perché il rischio è quello che il setting non ci sia proprio, e che la cura non si possa fare.
In qualche misura analogamente la necessità, avvertita da molti, di una strutturazione rigida è indicativa di una labilità di fondo dei confini dell’io, cui si cerca di supplire appunto attraverso un “abito” ben definito e rigidamente strutturato.
La sensibilità dell’analista deve riuscire a modulare continuità e cambiamento, ma il punto fondamentale è che il setting deve esistere non in quanto dato – una volta per tutte – ma per poter essere superato, così come l’analisi la si fa per non doverla più fare, così come il bisogno può spingerci verso una ricerca ma per poter farla – questa ricerca – si deve poterlo superare – questo bisogno.
Una volta che sia acquisita quella continuità di fondo che è la base dell’identità si può forse dire che la vera identità di ciascuno deve poter emergere da quelle interruzioni di continuità di cui si parla ogni volta che si introduce una variazione del setting.
Analogamente, la capacità di introdurre o tollerare cambiamenti nelle relazioni d’amore denota l’esistenza di vitalità della relazione stessa. Così come il setting non deve essere dato – ora e per sempre – anche la relazione d’amore – per poter essere tale - non può essere data una volta per tutte.
Il quarto punto riporta all’idea della continuità (il recupero della continuità successivo all’interruzione) ed intendo esprimerlo con un’immagine, quella del filo di latte.
Tanto più si è sani, tanto più si riesce a trovare gocce e fili di latte.
Tutti dobbiamo averne, gli analizzandi ed anche gli analisti.
Tanto più si è sani, tanto meno bisogno si ha della presenza fisica dell’altro per poter confermare l’esistenza della relazione.
A quel punto, se si continua a stare insieme, non è certo per una condizione di bisogno, ma per esigenza e desiderio.
Questa è l’unica risposta possibile a chi a volte chiede: se non avessi bisogno, perché mai dovrei continuare l’analisi?
Poi è giusto anche che l’analisi finisca; così come è giusto che due amanti si lascino.
Fagioli dice che – perché ci si possa felicemente lasciare, senza fare annullamenti, senza cancellare immagini – bisogna aver prima soddisfatto il proprio desiderio, l’uno nei confronti dell’altro .
Questo è senz’altro vero: la delusione continua, la continua ricerca di una soddisfazione che non arriva mai, spesso impedisce alle persone di potersi lasciare. Si continua a rincorrere qualcosa che non si raggiunge mai. E si continua a correre.
Ma io dico anche: se riusciamo reciprocamente a soddisfare il nostro desiderio, se ogni volta troviamo gocce di latte, se ci pare bello, allora non è nemmeno obbligatorio lasciarci, possiamo continuare a stare insieme, anche se non ve ne sarebbe alcun bisogno.
La più forte dichiarazione d’amore: io non ho bisogno di te.
In una settimana ci sono , se non sbaglio, 168 ore. Di queste, solo una (possono essere anche due o tre, comunque una minima parte) solo una – dicevo – è l’ora di analisi.
Rimangono 167 ore durante le quali si possono fare 167 (migliaia a dire il vero) annullamenti, come cancellare un’immagine da una lavagna.
Ora, accade che quell’ora di analisi possa occupare un gran numero (di ore) sia prima che dopo.
L’ora di analisi cioè si dilata e diviene costante, nel corso di innumerevoli ore sia prima che dopo.
Diventa, ed è giusto che sia così, l’ora più importante, l’elemento trainante di tutte quelle altre ore che – strutturalmente parlando – di analisi non sono.
E’ come se uno riuscisse a portarsi dietro l’immagine (dell’altro, dell’analista, dell’analisi).
Diversamente, l’ora di analisi rischia di essere una goccia nel mare.
Una goccia di latte che si disperde nel mare.
Ma tante gocce in fila, un’ora di analisi dopo l’altra, una settimana dopo l’altra, vanno a costituire un filo, che lega le persone.
Le caratteristiche di questo filo vanno definite.

  1. L’assenza del filo è il pinocchio, il burattino ribelle.
  2. La presenza di un filo ingombrante, troppo spesso, denota l’essere marionetta dell’altro.

L’unico filo possibile (senza si muore) è un filo di latte, immagine di relazione di nutrimento tra le persone.

Allora:  capacità di ritenere l’immagine dell’altro
capacità di riconoscere le valenze nutritive dell’altro
capacità di ritrovare continuità tra una goccia e l’altra,
riuscendo a superare quelle possibilità di annullamento
implicite di fronte all’assenza (fisica) dell’altro

Sono tutte capacità che denotano l’essere sano e l’esistenza di una relazione sana tra le persone (e non cambia nulla se si tratta di una relazione d’analisi o di qualche altro tipo d’amore).

Francesco Giubbolini

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