Studio di Psicoterapia

Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta

Saltare i fossi con abiti rossi

"Aveva gli occhi come un pettirosso/era una donna di undici anni e mezzo - recita il testo - si alzò la gonna per saltare il fosso/aveva addosso un vestitino rosso. Mentre passava in mezzo a quel giardino/di settant'anni incontrò un bambino/voleva ancora afferrare tutto/e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto/e l'afferrò con cattiveria/lei si trovò le gambe in aria/lui che cercava cosa fare/c'era paura e c'era male". Il testo prosegue così: "E il male lo afferrò proprio nel cuore/come succede con il primo amore/e lei allora lo prese tra le braccia/con le manine gli accarezzò la faccia/così per sempre si addormentò per riposare/come un bambino stanco di giocare".

Il caso-pettirosso è noto: il brano racconta di una bambina di 11 anni che subisce un tentativo di stupro da parte di un uomo di settanta. La violenza non viene consumata fino in fondo solo perché l’anziano muore di infarto nel tentativo. A questo punto, il corpo senza vita del vecchio suscita, ed è questo l’aspetto più controverso, la pietà della bambina che ne accarezza il volto, descritto come quello di “un bambino stanco di giocare”.
«Cominciamo a dire una cosa: io credo nelle domande, non nelle risposte» dice Paoli al conduttore che gli chiede di spiegare il brano incriminato «un uomo decente deve porsi delle domande, e di solito si risponde con altre domande. Quelli con le risposte in tasca, nella mia esperienza spesso sono dei poco di buono. Per questo io coltivo i dubbi, non le certezze».
Una cosa però, il cantautore ci tiene a chiarirla in fretta: «Non so perché si è parlato di “perdonare” i pedofili. Io nella canzone non parlo mai di perdono». E dopo aver letto tutto il testo a titolo di conferma, prosegue: «Quello di cui si parla qui è la pietà. Io ho pietà per i vinti. Anche per quelli che hanno fatto le cose peggiori: quando uno è a terra io non lo prendo a calci in faccia. Fa parte della mia natura. Forse è questo che ha provato la bambina del “Pettirosso”, la pietas che a noi riesce così difficile».
Sul fatto che la pedofilia sia un crimine dei più odiosi, Paoli si dichiara d’accordo: «Il vecchio della canzone è chiaramente un matto, ma cosa dobbiamo fare dei matti? C’è anche in loro un’umanità che va capita: non per giustificare o per perdonare. Si fa in fretta a condannare senza capire, ma capire serve a evitare che certe cose si ripetano». Ma perché proprio la pedofilia, fra i tanti possibili comportamenti devianti? «La pietà si cerca dove ce n’è bisogno, dove è più difficile averne. La pietà “facile” è falsa, è retorica. Questo clamore sveglierà un sacco di gente, il che è giusto. Come artista di fama, so di avere un faro puntato addosso tutto il tempo e faccio del mio meglio per portarlo dove mi sembra giusto».
L’autore poi rispedisce gli attacchi al mittente, senza mezzi termini: «Le emozioni sono filtrate dalla sensibilità individuale, chi ha una sensibilità sporca svilupperà una risposta emotiva sporca, chi si sente pulito, le vivrà come emozioni pulite». In ultima analisi, conclude Paoli, si tratta di capire che «chi ha buon senso ha sicuramente dato il significato giusto alla canzone, e di chi non ne ha, non me ne frega niente».


Riporto parte del testo della canzone del Signor Paoli e le sue argomentazioni rispetto al testo che ha scritto. I nuclei centrali del suo discorso sembrano essere la pietas della bambina , per quanto riguarda il testo, e, più in generale, di tutti noi nei confronti di vecchi “pazzi-bambini-innocenti che giocano e contemporaneamente cattivi”. Già Freud aveva paragonato il pazzo al bambino e al selvaggio e chiaramente a rimetterci erano e sono sicuramente i bambini e i selvaggi perché per come la vedo io, né gli uni né gli altri, hanno niente a che vedere con la pazzia, anzi sono la testimonianza vivente che esiste la sanità mentale e che da questa tutti noi veniamo.
Ignorare cosa è bene e cosa è male è una condizione di totale anaffettività che non ha a che fare con il rispetto di regole esterne, con la morale laica o religiosa che sia, ma con la capacità di empatia ovvero tenere in considerazione ciò che sente l’altro, senza la qual cosa ogni atto, ogni parola, anche la più “casta” diventa violenta.
Sono anch’io dell’idea che si debba comprendere, cosa che, comunque, non significa giustificare; ma per poter comprendere occorre conoscere e tener conto di tutte le psicologie e di approfondirle per poterle rispettare, a maggior ragione quando abbiamo a che fare con un argomento tanto delicato come la pedofilia. E’ giusto parlarne, farsi domande, farci arte ma non in maniera grossolana perché l’approssimazione diventa superficialità e aggiunge violenza alla violenza. Potremmo chiederci se i pedofili sono malati o delinquenti, se, nel caso si stabilisca che siano affetti da una grave psicopatologia, possa esistere una cura, potremmo chiederci come potremmo mettere in atto questa cura, come dare delle informazioni corrette alle madri e ai padri e agli stessi figli e magari scriverci canzoni di buon senso, cioè che esprimano una sensibilità sana.
Ciò che mi sembra improbabile è che una bambina violentata possa accarezzare colui che l’ha spaventata, privata della sua fiducia verso gli altri, bloccata nella sua crescita per cui non solo a 11 anni non è una donna ma il rischio è che questa maturità sessuale, che non è solo biologica, non la raggiunga mai. Innocenza non significa stupidità, anzi è la forma più pura di intelligenza perché priva di pregiudizi; la bambina ingenua e innocente è in grado di sentire la violenza di un gesto inconsueto, raggelante, mortale. Mi è difficile credere che una bambina potrebbe muoversi in una direzione assolutamente contrapposta a ciò che sente. Il finale per quella canzone potrebbe essere un grido di dolore e di speranza perché quando ci fanno del male bisogna gridare, ribellarci, mordere, tirar calci, non lasciare che la paura ci immobilizzi e paralizzi le nostre lingue – anni e anni di silenzio prima che quel grido possa uscire per sempre per tornare alla libertà di “saltare fossi con abiti rossi” senza paura e senza vergogna.

Francesca Mancini, marzo 2009

 

 

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