Dott.ssa Francesca Mancini - Psicologa Psicoterapeuta
Anoressia nervosa
L’etichetta anoressia nervosa può essere fuorviante in quanto la prima parola della locuzione implica che il problema centrale è la perdita dell’appetito. Ciò che sul piano diagnostico caratterizza l’anoressia nervosa è una ricerca fanatica della magrezza correlata a un’opprimente paura di ingrassare. L’amenorrea è un tratto preminente dell’anoressia nervosa nelle donne.
Comprensione psicodinamica
La preoccupazione riguardo al cibo e al peso è una manifestazione, relativamente tardiva, emblematica di un disturbo più profondo del concetto di sé. Nella maggior parte dei casi i pazienti con anoressia nervosa hanno la ferma convinzione di essere completamente impotenti e inefficaci.
La malattia spesso si manifesta in “brave bambine” che hanno passato tutta la loro vita cercando di compiacere i genitori, e diventano improvvisamente testarde e negati viste durante l’adolescenza. Il corpo viene esperito come separato dal Sé, come se appartenesse ai genitori. Queste pazienti mancano completamente di autonomia, al punto da non sentirsi nemmeno capaci di tenere sotto controllo le loro funzioni corporee.
L’anoressia nervosa si produce, come dice la Bruch (1987), come “tentativo di cura di sé, per sviluppare attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale. Le anoressiche trasformano la loro ansia e i loro problemi psicologici attraverso la manipolazione della quantità e della dimensione del cibo assunto”.
La Bruch inizialmente vedeva il comportamento della paziente anoressica come un tentativo frenetico di ottenere ammirazione e conferma come persona unica e speciale con qualità straordinarie. Oggi è molto difficile che la paziente anoressica possa sentirsi unica, a causa della crescente prevalenza del disturbo e dell’attenzione dei mass media a ogni genere di disturbi dell’alimentazione. Per cui la malattia è adesso impregnata di un senso di competizione rispetto all’essere la più magra o la più “straordinaria”.
Minuchin e coll. Hanno descritto uno schema di invischia mento nelle famiglie dei pazienti anoressici, caratterizzato da una generale assenza di confini generazionali e personali. Ciascun membro della famiglia è ipercoinvolto nella vita di tutti gli altri, al punto che nessuno esperisce un senso di identità separata al di là della matrice familiare.
Anche la Selvini Palazzoli (1963) ha notato che le pazienti con anoressia nervosa non sono state in grado di separarsi psicologicamente dalla madre, col risultato di non aver mai acquisito uno stabile senso del proprio corpo. Il corpo viene pertanto percepito come se fosse abitato da un cattivo introietto materno, e il digiuno può essere un tentativo di fermare la crescita di questo oggetto interno ostile e intrusivo.
Analogamente i genitori di una paziente anoressica tendono a proiettare la loro ansia nella figlia invece di contenerla. Per proteggersi dalle esperienze non metabolizzate e dalle fantasie proiettate dai genitori, la giovane può sviluppare un sistema di difese da “vietato entrare”, che si concretizza nel rifiuto del cibo.
Il nucleo dell’anoressia è costituito da un’intensa avidità. I desideri orali sono però talmente inaccettabili che vanno gestiti proiettivamente. Attraverso l’identificazione proiettiva, la rappresentazione di sé avida ed esigente viene trasferita sui genitori. In risposta al rifiuto della paziente di mangiare, i familiari diventano ossessionati dalla preoccupazione che la paziente mangi; diventano loro quelli che hanno desideri.
Boris ha concettualizzato l’anoressia nervosa come un’incapacità di ricevere cose buone dagli altri a causa di un illimitato desiderio di possesso. Qualunque atto di ricevere cibo o amore mette queste pazienti direttamente a confronto col fatto che non possono possedere ciò che desiderano. La loro soluzione è di non ricevere niente da nessuno. L’invidia e l’avidità sono spesso strettamente legate all’inconscio. La paziente invidia le cose buone possedute dalla madre – amore, compassione, nutrimento – ma riceverle accrescerebbe l’invidia. Rinunciare a esse sostiene la fantasia inconscia di rovinare ciò che è invidiato : “Non vi è niente di buono che io possa possedere, per cui rinuncerò a tutti i miei desideri”. Tale rinuncia rende la paziente anoressica l’oggetto di desideri altrui e, nella sua fantasia, l’oggetto della loro invidia e ammirazione, perché sono colpiti dal suo autocontrollo.
Essere schiava della fame è preferibile a desiderare di possedere la figura materna.
Bemporad e Raley (1985) hanno osservato uno schema caratteristico di coinvolgimento paterno con le figlie anoressiche. Il padre tipico era superficialmente interessato e supportivo ma abbandonava emotivamente la figlia ogni volta che aveva realmente bisogno di lui. Inoltre, molti padri di pazienti anoressiche cercano nutrimento emotivo nelle figlie, anziché darlo.
La paziente può così incrementare progressivamente il digiuno e le restrizioni nel tentativo disperato di obbligare i familiari a prestare attenzione alla sua sofferenza e a riconoscere il suo bisogno di aiuto.
Questi fattori psicodinamici sono anche accompagnati da alcuni tratti caratteristici, tra i quali un’errata percezione della propria immagine corporea, pensiero tutto o nulla, pensiero magico, e pensieri e rituali ossessivo-compulsivi.
E’ stato dimostrato che la stessa paura d’essere grassi si attenua quando il paziente comincia a mangiare e ad acquistare peso (Garfinkel, Garner,1982).
Approcci terapeutici
I clinici sono d’accordo nel ritenere che gli obiettivi terapeutici non debbano essere focalizzati strettamente sull’aumento di peso.
La psicoterapia espressivo-supportiva a tempo indeterminato è la pietra miliare del trattamento. Finchè non vengono presi in esame il sottostante disturbo del Sé e le connesse distorsioni delle relazioni oggettuali interne, la paziente seguirà un percorso di ripetute ricadute e di continui ricoveri ospedalieri.
La psicoterapia individuale espressivo-supportiva spesso richiede molti anni di intenso lavoro a causa delle formidabili resistenze poste dalla paziente anoressica.
Risultano utili quattro principi guida di tecnica:
(Da Psichiatria psicodinamica, Glen O. Gabbard)